Far East Festival 2020: cartoline da Udine – Capitolo 2

Dal nostro inviato (virtuale) altre tre recensioni di film da non perdere presentati al Far East Film Festival di Udine: dal gangster movie made in Hong Kong allo psyco horror in Taiwan.

Ormai avviatissimo, il 22mo FEFF (from Udine at Internet, in questo caso) è nel mezzo del cammin di sua vita e già si può confermare che ha mantenuto intatta la sua prerogativa di cartina tornasole delle più significative manifestazioni del variopinto e multiforme cinema popolare dell’estremo oriente.

THE WHITE STORM 2 – DRUG LORDS di Herman Yau conferma per esempio la difficoltà di rinnovarsi dai suoi pur alti standard di produzione del gangster movie made in Hong Kong. Sequel (ma non troppo), il film gioca molta della sua originalità narrativa sulla lotta che contrappone due (ex)amici: un nipote di un boss delle triadi riconvertitosi da sbandato tirapiedi in brillante uomo di affari e imprenditore miliardario e un vendicativo signore della droga dai metodi particolarmente arroganti. Il primo in qualche modo si alleerà con la polizia (“c’è bisogno di un cattivo come me per prendere quei cattivi lì”), in un duello in escalation sulla via della vendetta, tra massacri e colpi molto bassi. Il punto di vista della macchina narrativa apparentemente sta con la “correttezza etica” della legge (“un’esecuzione prima di un processo è un linciaggio!”), nella pratica è un pretesto per un action movie risaputo, con sentimentalismi di maniera, eppur a volte assai spettacolare (la scene finali con l’inseguimento regolamento dei conti sin sotto la metropolitano sono oltre l’incredibile!), con la star Andy Lau (qui anche produttore) determinato oltre ogni confine lecito.

DETENTION, invece, made in Taiwan, di John Hsu (sceneggiatore al suo primo lungometraggio) è un film che ti sorprende là dove non te lo aspetti. Presentato come uno psycho horror da un videogioco, ambientato durante il periodo della legge marziale a Taiwan, ovvero gli anni ’60, in realtà si manifesta come un incubico tuffo nei sensi di colpa e nel rimosso di una nazione dal passato duro e crudele. Allora, apprendiamo, anche il leggere libri proibiti era un attentato alla sicurezza dello stato che poteva essere punito con segregazione, tortura e morte. Così, sospettati di complotto comunista per aver organizzato letture clandestine delle poesie di Tagore (!!!) o di classici come Padri e figli di Turgenev (!!!), due insegnanti e sei studenti finiscono nelle spire di una repressione raccontata come un girone di mostruosità e deliri da film horror, tra mostri, fantasmi e torture. Qualcuno tradirà e qualcuno sopravviverà, perché qui ricordare sarà l’unica vittoria possibile consentita. Ambientazioni impeccabili e suggestive, giochi teatrali di raffinata eleganza macabra, un cineasta che sa trovare anche nel genere più consumato la delicatezza e la poesia di una dolcissima storia di amore “proibito” e di un irresistibile anelito di libertà. Segnatevi questo nome, John Hsu, perché siamo di fronte a un cineasta inventivo di cui sentiremo ancora parlare e tanto e benissimo.

Wai-keung Lau invece non ha bisogno di presentazioni. Col nome di Andrew lo abbiamo conosciuto e adorato come autore ad esempio della trilogia capolavoro di Infernal Affairs, tanto per capirci quella da cui Scorsese ha tratto il premiatissimo The Departed (però noi continuiamo a preferirgli l’originale). Qui con THE CAPTAIN, nel linguaggio ormai internazional popolare e standardizzato del blockbuster, ricostruisce una storia vera e recentissima, avvenuta il 14 maggio 2018 (un po’ come ha fatto Eastwood con Sully).

Il film è ispirato a quel che accadde al volo 3U8633 della Sichuan Airlanes da Changqing a Lhasa (Tibet). Durante il viaggio, si rompe il parabrezza del mastodonte volante e il capitano Liu riuscirà nell’impresa impossibile di salvare la vita di tutti i 119 passeggeri e degli altri 8 membri dell’equipaggio. Se non si dilungasse nel finale e sbrodolasse un po’ nel sentimentale sdolcinato (che è un po’ il difetto comune di tanta cinematografia cinese), parleremmo di un’opera dall’impatto potente, con una abilissima concertazione emotiva di tutti i protagonisti della vicenda, dai principali (significativa l’attenzione che viene data alla professionalità del personale di volo) ai secondari, sino a quelli che seguono la vicenda via internet o dalle torri di controllo. Magistrale costruzione dal pathos straordinario, con il suo contraltare “retorico” e alla fin fine accettabile della filosofia dell’eroico professionista dell’aria, interpretato da Hanyu Zhang: “rispetta la vita, rispetta il lavoro, rispetta la procedura”.

Di Massimo Lastrucci