Festival di Locarno: tutti i premi (e qualche perplessità)

Cala il sipario a Locarno su una edizione tanto “numericamente” pericolosa (la 70ma) quanto nei fatti felice e appagante. Affluenza in crescita, code ordinate e consistenti anche per le nuove strutture (il Pala Cinema) o per la retrospettiva Jacques Tourneur (al Gran Rex); un futuro, per dirla con il direttore artistico Carlo Chatrian da “guardare con ottimismo”.

Qualche perplessità invece per i premi, specie quelli principali. La Giuria, presieduta da Olivier Assayas, ha assegnato il Pardo d’oro a Mrs. Fang di Wang Bing (Cina, Francia, Germania), doloroso diario degli ultimi 10 giorni di un’ammalata del morbo di Alzheimer, spettacolo tanto rigoroso formalmente quanto capace di mettere a dura prova i sentimenti degli spettatori; il Premio speciale della Giuria è andato a As Boas Maneiras di Juliana Rojas (Brasile, Francia), psicodramma relazionale tra una infermiera poco espansiva e una quasi partoriente che per la verità non aveva entusiasmato la critica; inopinatamente il Premio per la Miglior Regia è andato a F.J. Ossang per 9 Doigts (Francia, Portogallo), irritante e presuntuoso artificio filosofico sul noir/apocalittico in rigoroso B/N.

Incontestabile invece il premio per l’interpretazione femminile a Isabelle Huppert, capace di rendere il carattere del suo personaggio di insegnante complessata in Madame Hyde di Serge Bozon (Francia, Belgio), interessante e gustoso persino all’interno di una commedia grottesca altrimenti sbilenca e difettosa, così come quasi lo stesso si può dire per la dedizione professionale di Elliott Crosset Hove, protagonista del pretenzioso dramma minerario Vinterbrodre, di Hlyner Pàlmason.

In effetti, avremmo preferito vedere premiati (film e/o attore), lo splendido, commovente Lucky di John Carroll Lynch (USA), con un Harry Dean Stanton enorme e trattenuto, intenso come i temi trattati dal film (vedere la recensione) o anche Wajib (significa Il dovere) di Annemarie Nacir, coproduzione in cui ha messo mano anche la Palestina, un’intelligentissimo e arguto road movie sul rapporto tra padre e figlio (il primo insegnante rimasto a Nazareth e orientato al compromesso pacificatore, il secondo, architetto emigrato in Italia e poco propenso alla passività), insieme in macchina a consegnare le partecipazioni del matrimonio della figlia/sorella. Una commedia drammatica che si illumina nelle dinamiche tra i personaggi e i costumi sociali, ma soprattutto non ignora nel suo understatment il contesto difficile e precario dei palestinesi che vivono all’interno della stato israeliano. Ottimo film, colpevolmente ignorato.

Premio del pubblico infine al prevedibile semi thriller, ma almeno con bellissimi paesaggi delle Tre Cime di Lavaredo, Drei Zinnen di Jan Zabeil (Italia/Germania), secondo noi un filino al di sotto del livello di titoli come The Big Sick, Sparring o persino il western primitivo alpestre di Iceman (tutti e tre recensiti sul nostro sito).