Croisette a colori. E in bianco e nero

cold war
Cinquanta sfumature di Cannes

A movimentare il già complesso sistema di proiezioni in contemporanea con le prime mondiali che già aveva assai innervosito la stampa, arriva adesso una petizione titolata Cannes: abolish the caste system! per l’abolizione dei vari colori di tessere che indicano priorità, privilegi e “umiliazioni” (così recita l’appello) per i più sfortunati obbligati a file lunghissime senza la certezza del posto. La rivolta parte da due insegnanti speciali, Rubing Liang e Zishun Ning, freelance newyorchesi che sul tema hanno anche girato un corto The Color of Cannes (visibile qui https://www.change.org/p/abolish-the-caste-system-at-cannes-film-festival ). Abolizione delle caste per gradazioni di colore con qualche suggerimento, fra cui un App che dia in tempo reale notizie sull’occupazione delle sale e sui tempi di attesa.

Wanuri Kahiu, una regista keniota

A proposito dei Colori di Cannes, esplode sul red carpet di Un certain regard la bellezza africana, nera e coloratissima della regista keniota WANURI KAHIU, autrice della bella sorpresa Rafiki e quella delle sue protagoniste Samantha Mugatsia e Sheila Munyiva. Pare proprio di stare nel regno di Wakanda. Il film, proibito in patria dove l’omosessualità è un reato passibile di 14 anni di galera, ci trasporta nel mondo afro e al neon di Kena e Ziki che, tra una festa e un salto in facoltà, scoprono di amarsi follemente. Un atto coraggioso e febbrile, ispirazione Douglas Sirk, “mescolanza di sogno, realtà e cultura pop” dice la regista “perché le mie ragazze vedono tutto attraverso i filtri Instagram. E non è primario, è una libertà vitale”. Grande sorpresa, nessuno poteva immaginare che il Kenya ci regalasse questa immaginifica trasgressione. Il che dimostra quanto ancora poco conosciamo il mondo.

Rafiki
B/W

Da Leto di Serebrennikov a Cold War/Guerra Fredda del polacco Pawel Pawlikowski, premio Oscar per Ida, il racconto degli anni del comunismo oltrecortina è rigorosamente in bianco e nero. Per prendere distanza, per raggelare un tempo che fu e la sua iconografia fiammeggiante di simboli proletari, per raccontare la freddezza del regime, ma anche, paradossalmente, per mostrare in negativo il calore della passione tra Wiktor e Zula, una giovane bellezza slava scoperta dal musicista nel corso delle sue ricerche sul cantopopolare. Cold War si svolge a cavallo  tra 1949 e il 1964, correndo tra le campagne della Polonia, Varsavia, Berlino, Parigi, Iugoslavia e poi ancora Varsavia. In mezzo il disperato tentativo di sfuggire al controllo comunista sull’arte e quello ancor più impossibile di amarsi al di là delle ideologie e della politica. Pawlikowski racconta senza travelling e svolazzi, solo la luce in lui diventa motore di immagine. La storia del comunismo, visivamente riassunta nei cori popolari con icone di Stalin alle spalle, prende in realtà corpo nell’amour fou tradito e sacrificato e viene sigillata da un finale inatteso. Il Muro è tra i due protagonisti, ingombrante nonostante la passione.

Frase del giorno

Chiede Wiktor alla giovanissima Zula in Cold War: “Perchè hai tentato di uccidere tuo padre?”. “Mi aveva scambiato per mia madre e una coltellata gli ha fatto capire la differenza”, risponde lei.