#Cannes spiaggiato: è tornato il Circo Godard

Vengino signori venghino… Tra i titoli in e fuori concorso al festival di quest’anno, nessuno fa pensare di più al ritorno dell’ottantasettenne Jean-Luc Godard del brasiliano O grande circo mistico. Il grande regista francese ormai eremita in Svizzera è diventato un one-man circus, presentatore, domatore, trapezista, clown e uomo barbuto. E omaggi e tributi marciano di conseguenza.

Il bel mensile francese Sofilm ha pubblicato un divertente gioco dell’oca nella sua testa, mentre in rete è apparso Vent dell’ouest, documentario di enuncia su un sgoombro vicina a Nantes, che poi si è rivelato un fake.

Nel suo vero ultimo film, Le livre d’image, prodotto con franchi svizzeri, viene accreditato come soggettista, sceneggiatore, montatore, regista. E perfino interprete, anche se in 90 minuti non si vede una sola volta, lasciando questo onere alle sue mani. Coadiuvate dalla sua roca voce.

Il film, misteriosissimo, non accompagnato neanche dal press book per evitare ogni spiegazione, era atteso con ansia dai suoi fan irriducibili e con scetticismo da tutti gli altri. Questa la più perfida delle battute: è sopravvissuto l’anno scorso a un film in concorso su di lui (Il mio Godard di Michel Hazanavicius), gli riuscirà anche con un film in concorso fatto da lui?

La risposta è sì e no. Perché solo qualcuno ha gridato al capolavoro, qualcuno ha pensato irritato alla presa in giro, la maggior parte lo ha sopportato come una curiosità. Ma nessuno l’ha ignorato. Ed è riuscito a far parlare anche della bizzarra conferenza stampa virtuale, via Face Time. I giornalisti in fila per fare una domanda davanti a un microfono, lui nascosto dentro un iPhone in Svizzera, da cui proveniva solo la sua voce, come fosse la prosecuzione di quella del film. E per l’occasione ha offerto anche il remake di alcuni dei suoi aforismi più famosi, come quello che “un film deve avere un inizio, un centro, o una fine, ma non necessariamente in questo ordine”. “L’ho detta per rimbrottare Spielberg e quelli come lui, che cercavano unicamente la linearità, perché è più semplice”, ha detto con una ammissione forse fuori tempo massimo.

A cinquant’anni spaccati dal 68 Godard si è trasformato in youtuber per un “film” che è una compilation totalmente d’archivio, di immagini di film, documentari e news. Con un sonoro che è spesso discordante da quello che si vede, e la sua voce, che recita i suoi proverbiali paradossi (“quando io parlo a me stesso, uso le parole che altri hanno pronunciato perché io le ripetessi a me”). E non si capisce neanche bene a cosa serva, perché tanto “le parole non diventeranno mai linguaggio”. Comunque lui, data la sua età, si dice molto attento ai fatti, a quello che succede, ma non perde d’occhio quello che non succede. Perché è altrettanto emblematico. Capito, il concetto?

Perlomeno curioso, ovviamente, il fatto che nell’anno del gran embargo a Netflix, ci sia in concorso un film che non si vede francamente come posso essere distribuito in una sala più grande di un cineclub.

Ma forse saranno Michael Shannon, Michael B. Jordan e gli altri pompieri del remake televisivo visto oggi di Farenheit 451 (prodotto da Hbo, in Italia andrà su Sky) a risolvere il problema della sua destinazione. Perché anche se tratta di film, ha nel titolo la parola proibita “livre” e loro i libri per missione li riducono in cenere. Nessuno ha osato chiedere a Godard se sarebbe stato d’accordo…

Marco Giovannini

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