Edna – La recensione del film in concorso a Pesaro 57

Su MYmovies fino al 25 giugno il film del figlio del maestro brasiliano Glauber Rocha.

Edna - Pesaro 57
Edna - Pesaro 57

La mia più grande ispirazione sono le persone che incontro sul mio cammino“, afferma il regista brasiliano Eryk Rocha, figlio del grande Glauber e ospite (in collegamento) alla 57esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema – Pesaro Film Festival per presentare il suo film Edna, proiettato in concorso il 22 giugno e disponibile fino al 25 giugno (ore 17.30) su MYmovies.

Un lungometraggio nato, appunto, dall’incontro tra Rocha e la donna del titolo: Edna (o Diná) Rodrigues de Souza ha vissuto sulla sua pelle gli atti della guerra terribile mossa contro gli abitanti dell’Amazzonia, le cui terre furono occupate al tempo della dittatura militare in Brasile. Una guerra, tra deforestazioni, uccisioni, stupri e arresti, che, afferma la stessa protagonista, “non è finita“. “Soprattutto nel Nord del Brasile, – aggiunge Rocha, dove – proprio in questo momento gli indigeni stanno vedendo invase le loro terre“.

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Di Glauber Rocha – tra i registi che hanno scritto la storia del cinema (non solo) latinoamericano con opere come Terra in trance e Antonio Das Mortes – e in generale di tutta la mitica “Nouvelle Vague” brasiliana del Cinema Novo, Eryk ha “lo stesso impegno, la stessa visione, la stessa carica di identità e furore: come ha detto un emozionato Bruno Torri (co-fondatore della Mostra di Pesaro) all’incontro con il regista, che ha ricambiato la commozione. Non un cerchio che si chiude ma un (bel) viaggio che prosegue in avanti, considerato il fortissimo legame della manifestazione pesarese col movimento brasiliano, di cui Eryk Rocha, che gli ha dedicato il documentario Cinema Novo (2016), è certamente uno degli eredi.

Di quel cinema, il regista porta avanti (anche) la tensione a smentire la “falsa dicotomia” tra “cinema militante e cinema formale, di poesia“. Ed è in effetti un film al tempo stesso profondamente politico e poetico, Edna: un racconto “della tragedia ma anche della bellezza” che caratterizzano la vita di una donna offesa, torturata, imprigionata per aver difeso i propri diritti e quelli del suo popolo, ma non per questo prosciugata della sua forza e ricchezza interiore. Una donna che, mentre le notizie alla radio rinnovano il rito della sopraffazione e dell’angoscia, non rinuncia a rinnovare la sua preghiera contro il male (quel male che è “il sangue dei sicari“) e il suo rapporto con una natura che si ostina, come lei, a sopravvivere.

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A partire dal diario della protagonista e dalla sua voce “sussurrata, bassa, introspettiva (come la descrive il regista) che attraversa il film a metà tra voce narrante esterna e monologo interiore, Edna mette in campo una pluralità di dialettiche: tra il peso dei ricordi e la quotidianità dei panni stesi e delle discussioni con il compagno, tra le ferite della Storia e lo slancio verso nuove direzioni, le atrocità rievocate (anche dal suono ricorrente degli spari) e la grazia dei fiori di campo gialli colti dalla donna, il bianco e nero di un presente (e passato) martoriato e i colori di un futuro ancora da attraversare.

Lo sguardo di Rocha, non a caso, si posa sovente sulle strade, (di)segno concreto di una storia (personale e collettiva) scritta col sangue, ma anche di una percorso verso il riscatto individuale e sociale che non si arresta, malgrado tutto. E questo movimento, già nella semplice (ri)affermazione del proprio attaccamento alla vita e della propria dignità, è (ancora) gesto di resistenza. Come il cinema che ne raccoglie ora il lamento di dolore, ora il canto di lotta contro l’ingiustizia, la brutalità del potere, la morte stessa.

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