IL GENIO DI ETTORE SCOLA E QUEL VIAGGIO IN AFRICA

La commedia all’italiana è il genere cinematografico che più assomiglia alla vita, alla vita tutta intera. Quella americana ha in generale un tono lieve, può nascondere significati anche profondi ma è, inequivocabilmente, commedia. Il che, nel cinema, vuol dire risate o almeno sorriso. Una parte della vita, importante. La commedia italiana è invece un concentrato, in due ore, degli stati d’animo e delle emozioni che tutta una esistenza di umani può contenere. È un bonsai di vita. Si ride, si piange, si teme e si spera. Si ama e si odia, si vince e si perde. Si cerca e si fugge, si maramaldeggia e ci si intimidisce.

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa è un capolavoro del genere e dunque è un capolavoro della vita. Già dal titolo, ai tempi uno scherzo per il marketing. Poi per la sceneggiatura, un impasto di esplosiva genialità e di autentica follia. Scritta da Ettore Scola con quei geni di Age e Scarpelli, conteneva punte di straordinaria e visionaria derisione della logicità. Vado pazzo per una sequenza, se volete chiamatela gag, non mi offendo, in cui, nel mezzo di una radura angolana, intesa come dell’Angola, totalmente deserta, si erge una inopinata costruzione semidiroccata. In cima ad essa, ancora più inspiegabilmente, è assiso uno strano tipo che si fa presto, per la posizione e i dialoghi, a immaginare pazzo. Ai piedi della struttura incompiuta stanno Alberto Sordi e Bernard Blier, arrivati fin laggiù per cercare il cognato di Sordi scomparso nel continente nero. Chiedono all’uomo appollaiato in alto informazioni su Titino. L’altro risponde ripetendo sempre le domande, come un pappagallo meccanico. Così per quattro o cinque volte. Finché i due, stufi di sentire quella specie di eco, dicono sfiduciati: «Ah vabbè allora noi se annamo», e il presunto pazzo stavolta risponde: «Ecco sì, è mejo, annatevene». Il tutto in romanesco, nel cuore dell’Angola. Il film è tutto così, una esplosione di inventività, come nel rapporto tra Sordi e un camionista italiano detto “Amore scusami”. O nel poetico dialetto marchigiano di Blier, francese nato a Buenos Aires e dunque chiaramente ideale per interpretare Ubaldo Palmarini, commercialista delle Marche trascinato suo malgrado nel cuore dell’Africa.

Gli autori erano dei geni, gente colta e raffinata. Capace di fare film sofisticati e commedie da sbellicarsi, spesso unendo le due cose. Ettore Scola è, non per caso, riuscito a far ridere e piangere milioni di italiani raccontando storie che assomigliano proprio alla vita, in cui, sempre, si ride e si piange. Come nel corridoio di La famiglia o nel tempo che scorre in C’eravamo tanto amati, come nella provincia inquieta di Il commissario Pepe o nel silenzio intarsiato tra i palazzoni romani svuotati dalla visita di Hitler di Una giornata particolare o nella balera macchina del tempo di Ballando ballando. Uno capace di far ridere e piangere, come i clown suoi amici. Ettore Scola sa raccontare, perché la vita lo diverte e lo amareggia, perché è un uomo vero, perché sa pensare e sa sorridere, perché ha passioni e sogni. Perché il mondo che voleva cambiare non ha cambiato il suo mondo.

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