L’ESORCISTA

«E io sono il diavolo!» una frase urlata da una ragazzina dal volto ulcerato e tumefatto (ma la voce catarrosa e spaventevole era quella della grande Mercedes McCambridge: Oscar per Tutti gli uomini del re e perfida fanatica in Johnny Guitar!). Riuscì a terrorizzare le platee di tutto il mondo.

Dal 19 giugno 1973 (data della premiere di L’esorcista a New York), il cinema contemporaneo e l’horror non furono più gli stessi. Il regista William Friedkin era uno dei giovani turchi che stavano conquistando Hollywood e il controllo artistico totale, coniugando ricerca formale (debitrice a tanto cinema europeo anni ’60) e ragioni del box office. Era appena reduce dal fragoroso successo di Il braccio violento della legge. E fu quello a convincere i produttori (che gli avrebbero inizialmente preferito Mark Rydell) a sceglierlo, assecondando i desideri dello sceneggiatore-scrittore William Peter Blatty, già noto nell’ambiente per copioni comedy (Il piede più lungo, Uno sparo nel buio) e la temeraria, calcolata bizzosità. Tra l’agnostico cineasta e il problematico credente autore si stabilì così una particolare alchimia che consentì di superare tutti gli ostacoli.

La storia era ispirata a un fatto reale accaduto nel 1949 a un 14enne nel Maryland. Molti anni dopo, nel 1968, Blatty, ne trasse spunto per un romanzo, L’Esorcista, destinato, dopo una spinta televisiva, a dominare le classifiche dei best seller mondiali. La Warner sapeva di avere per le mani un potenziale blockbuster, non poteva rischiare di bruciarselo. Figuratevi come la presero i responsabili quando Friedkin, per la parte di padre Karras, prima ingaggiò Stacy Keach per poi sostituirlo quando provinò un attore/autore teatrale d’avanguardia, Jason Miller, mai visto al cinema, per il ruolo dello scettico, tormentato sacerdote («Lei vuol sapere cosa sia meglio per sua figlia? Sei mesi in osservazione nel migliore ospedale che può trovare»). E poi, per la madre atea Chris MacNeil, scelse un’attrice che si era solo fatta notare l’anno prima per L’ultimo spettacolo (Ellen Burtstyn, così religiosa da rifiutare di recitare la battuta «io credo nel diavolo»); peraltro dopo che Audrey Hepburn e Anne Bancroft per vari motivi dissero no. L’adolescente Linda Blair convinse invece subito tutti con la sua bella faccia yankee e sopratutto la sua sboccata disinvoltura lessicale.

Le location furono cercate e trovate a Georgetown, quartiere di Washington dove il poverissimo Blatty aveva studiato alla univesità retta dai gesuiti, oltre al prologo in Iraq. Friedkin puntava a evidenziare i conflitti tra la razionalità della scienza e l’insondabile e spaventoso mistero dell’inesplicabile, assecondandoli con il realismo delle location, della recitazione, degli squarci fotografici su un ambiente sottilmente inquietante. Attenzione e cura particolari ci furono poi per la colonna sonora, mèlange tra classica contemporanea (Penderecki), composizioni originali di Steve Boeddeker e soprattutto i refrain ossessivi di un’opera rock dell’inglese alfiere del prog-rock Mike Oldfield, Tubular Bells. Dopo la citata première, dal 26 dicembre (che data!) L’esorcista partì per il suo viaggio trionfale tra le sale. Divenne un fenomeno di costume: code interminabili, urla e malori in sala. La leggenda nera poi avrebbe parlato di misteriosi episodi sul set, alimentando un’ulterore aura di maledettismo: strani incendi, problemi alla schiena per la Burstyn e la Blair, la scomparsa di sei persone della produzione prima dell’uscita più un attore pochi mesi dopo. Si disse addirittura che Friedkin avesse chiesto a un prete di praticare un esorcismo sul set, ricevendone in cambio “solo” una benedizione.

Alla fine del giro del mondo, L’esorcista incassò una cifra monstre di oltre 440 milioni di dollari (9° posto tra gli incassi di tutti i tempi) per la prima edizione, mentre i costi di produzione si aggirarono intorno ai 10 milioni e mezzo. Soprattutto spalancò le porte alla moda cinematografica del filone demoniaco (dalla saga de Il presagio a Chi sei?, Holocaust 2000, L’Anticristo), a due sequel e un prequel, oltre a innumerevoli parodie (tra cui L’esorciccio, vedi a lato). Gli Oscar furono sparagnini nei confronti di quello che, con il senno di poi, sarebbe diventato un super cult: 2 statuette (al sonoro e alla sceneggiatura di Blatty), più altre 8 nomination. Un po’ poco per un capolavoro che ridefinì radicalmente i confini del cinema di paura. Peraltro neppure lo stesso Friedkin se ne era reso inizialmente conto: «Non lo vidi mai come un film dell’orrore, al contrario lo lessi come una storia sul trascendente, così come l’aveva intesa Blatty».

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