L’INTERVISTA: DAVID AYER, «ECCO COME HO DATO L’ANIMA AI SUPERCATTIVI DI “SUICIDE SQUAD” »

David Ayer è alto e massiccio, 1,89 per probabilmente 100 chili, capelli rasati a zero, e potrebbe essere tranquillamente uno degli psicopatici del suo film. Da adolescente i suoi genitori lo cacciarono di casa, ha vissuto fra i ragazzi di strada di South Central il quartiere più tosto di Los Angeles, prima di arruolarsi nella Marina, a bordo di un sommergibile nucleare.
Parla a voce bassa, con frasi brevi, ha un suo personale senso dell’umorismo, ma non ride mai. Se trova ironico che il suo Suicide Squad venga ora criticato soprattutto per la sceneggiatura, senza un’uniformità di stile, lui che ha avuto il suo primo incarico ufficiale a Hollywood come “script doctor” per correggere gli errori degli altri, non lo da a vedere.

La domanda spontanea è: chi gliel’ha fatto fare? Perché entrare in un mondo pieno di regole come quello della Dc Comics, lei che ha sempre girato film originali e personali?
Diciamo che a un certo punto ti viene voglia di abbracciare la sfida più difficile che c’è sulla piazza.
E nello specifico, quale è stato l’aspetto più difficile?
Fra i Navy Seals c’è un detto “il giorno più facile era ieri”. E per inciso il mio cognome, Ayer, in spagnolo vuol dire proprio ieri (è una battuta, ma non l’accompagna con nessun sorriso, n.d.a.). Tutto è stato complesso, a cominciare dai 100 giorni di preparazione per due differenti unità, un’infinità di dettagli e parole. Girare è stata paradossalmente la parte più facile, l’unica che io chiamo il mio “happy place”. Il montaggio è stato un incubo, con tanti differenti personaggi, gli effetti speciali, la musica. Insomma un gigantesco puzzle.
Lei trova che ci sia differenza fra la Marvel e la Dc?
Ho solo questa esperienza, ma a occhio e per sentito dire, direi che la Dc ha un aspetto più autoriale. Quello che decide è realmente il regista, mentre penso che alla Marvel abbia più voce in capitolo lo Studio.
Vuol forse dire che non ha dovuto fare compromessi?
È il film che volevo girare. Anche Zac Snyder (regista di Batman v Superman e del futuro Justice League, e in pratica il supervisore di tutti i cinecomic Warner, n.d.a.) me l’ha detto fin dal primo giorno: “Fai quello che vuoi”. È stato vero, sul set c’è venuto solo due volte. Ho veramente avuto molta libertà. Ma è un processo liquido: scrivi un film, ne giri un altro, ne monti un altro ancora. Devi comunque fare cambiamenti di percorso ogni giorno.
L’uscita e il successo di un antieroe adulto come Deadpool ha per caso influito sui cambi?
No, avevamo già finito le nostre riprese.
Ma ci sono stati i famosi “reshooting”. Perché?
Non c’è film contemporaneo di queste dimensioni che non usi la possibilità di rigirare qualcosa. Ma è stata soprattutto questione di raccordi necessari ai tanti personaggi, è assolutamente falso che abbia dovuto inserire momenti più leggeri perché il film era troppo dark. Ho sempre saputo a cosa andavo incontro: girare un film PG-13, a cui i minori di 13 anni devono essere accompagnati da un adulto; quindi non ho mai pensato di alzare il tiro elevandolo a NC-17, vietati ai minori di 17, oppure di infilarci qualcosa di artistico come, che so, delle scene in bianco e nero. Usavo dei giocattoli altrui, ero ben conscio di non poterli rompere, perché bisognava poterci giocare ancora. Tutto qui. È sempre stata a suo modo una commedia. Non è uguale a nessun altro film della scuderia, né a nessun altro cinecomic. È assolutamente folle. Io lo definivo “felliniano”.
Di cosa è più fiero?
Del look, certamente. E del lato umano, perché troppe volte in questo genere si dimenticano gli attori, e quindi l’anima e i sentimenti. Per me è la cosa più importante, perché alla fine del viaggio, tu devi amare questi personaggi anche se sono dei “cattivi”, un luogo comune che io traduco in esseri umani che hanno fatto cose stupide e scelte sbagliate.
Chi sono stati i primi attori scritturati?
Margot Robbie e Will Smith, che hanno accettato senza nemmeno aspettare di leggere la sceneggiatura. Gli altri
li ho scelti anche pensando che dovevo creare una famiglia sia pure disfunzionale, ci volevano archetipi, il fratello minore e quello maggiore, la sorella svitata, e così via….Ci ho parlato uno per uno, perché loro si sono incontrati solo sul set di Toronto.
E Jared Leto?
È molto logico, metodico, pensa di continuo, abbiamo parlato per ore: della storia del personaggio, di uomini politici, di sette, di serial killer, di psicopatici di cosa sia veramente la pazzia e se c’è poi tutta questa differenza fra bene e male. Sono state discussioni interessanti, ma molto impegnative. Poi all’improvviso dopo un paio di mesi che si stava preparando mi ha telefonato per dirmi : “credo di aver trovato un metodo…”
Quanto è stato difficile convincere Will Smith a non essere l’eroe?
Credo che fosse pronto per qualcosa di diverso. È un film d’insieme, mi servivano anche il suo carisma, energia e leadership per gli attori più giovani.
Come Cara Delevingne?
È selvaggia, come il suo personaggio, che non può essere contenuto, riservato, ma deve essere capace di tutto. L’incantatrice è libertina, senza pudore, e Cara è senza paura.
Farebbe un sequel?
Questo tipo di film rischia di dare assuefazione. Hai a disposizione tutto quello che ti serve. Per me è stato un test per capire se ero veramente un regista, se ero capace di finire in tempo, senza spendere di più. Ho imparato più da questo film che da tutti quelli i precedenti messi insieme.
Perché Harley Quinn ha così colpito l’immaginario sia maschile che femminile?
È magnetica, ha una qualità mitologica, è figlia del suo tempo, vive nel momento, dice quello che pensa, fa quello che vuole, è felice di essere se stessa. Io ho due figlie femmine e so per esperienza che è difficile per delle ragazze trovare la loro voce, ma Harley Quinn l’ha fatto.
La musica l’ha aiutata a fare un film punk rock?
All’inizio dovevo introdurre tantissimi personaggi, un intero mondo che il pubblico non conosce e suggerire il tono del film. E ho pensato che la a musica fosse la maniera migliore e più veloce per trasmettere al pubblico tutte queste comunicazioni. Tutte le canzoni significano qualcosa per me e sono adatte alla storia. Confesso che ho fatto spendere un sacco di soldi per i diritti, ed ecco la differenza più grande in un film di uno Studio. In un film come End of Watch – Tolleranza zero non me lo sono proprio potute permettere.

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