Ad Astra, quando la fantascienza adulta volge lo sguardo allo spirituale

Ad Astra

«In un futuro non lontano. In tempi di speranza o di conflitto, l’umanità guarda alle stelle come speranza»: così l’incipit di Ad Astra. Il dottor Clifford McBride tanti anni prima aveva guidato una missione esplorativa ai confini del sistema solare, in cerca di segnali di vita extraterrestre. La missione era fallita, sembra per una rivolta non si sa di chi contro chi. Ora terrificanti tempeste elettriche di portata crescente stanno bersagliando la Terra seminando black-out, incidenti e morti. L’assurdo è che sembrano essere generate proprio da quella astronave, la Lima, data per perduta e quindi forse il vecchio McBride potrebbe non solo essere ancora vivo, ma essere un pericolo per la Terra. «Forse tuo padre si sta nascondendo da noi» e la Spacecom affida al figlio, il maggiore Roy McBride, la missione impossibile di raggiungere Nettuno e verificare di persona. Animo apparentemente calmo e sicuro di sé, in realtà tormentato da vari dubbi esistenziali, accetta la missione salvo accorgersi di essersi infilato in qualcosa molto più complicato e segreto di quanto non gli era stato spiegato.

Ad Astra

Se lo scheletro rammenta più di una volta Apocalypse Now (compresa la voce fuori campo di Brad Pitt che si spiega e commenta), anche se il regista preferisce riferirsi al racconto originale di Conrad Cuore di tenebra, la “ciccia” appartiene di diritto alla fantascienza post 2001 Odissea nello Spazio, con tanti dettagli sulla normalità/banalità del viaggio spaziale, i problemi tecnici che impiegano un nano secondo a degenerare in tragedie, la colonna sonora elettronica a sottolineare l’afflato mistico. È fantascienza adulta che volge lo sguardo allo spirituale, con Brad Pitt all’inizio che pare addirittura declamare una preghiera laica e altri poi che persino invocano San Cristoforo, per un messaggio che invece ha ben poco di consolatorio, se non che «in fondo a casa…».

Ad Astra

James Gray sembra sempre autore sul punto di esplodere. Maneggia i generi con scioltezza e voglia di strafare, ma forse gli manca sempre un punto per fare trent’uno, nel poliziesco (The Yards, I padroni della notte), come nel para mèlo (C’era una volta a New York), nella rivisitazione dell’avventura classica (l’originale Civiltà perduta) così come nella fantascienza. Di certo in ogni suo lavoro, in una carriera non foltissima di titoli (solo 7 dal 1994 a oggi), spiccano originalità e voglia di stupire. E gli attori migliori assecondano le sue imprese. Qui Brad Pitt, anche produttore, si muove serioso e immusonito, ma con assoluto rispetto del favore dei suoi fans, Tommy Lee Jones e Donald Sutherland tornano nello spazio (era dai tempi di Space Cowboys in cui già facevano gli astronauti senza aver più l’età che vi mancavano), Liv Tyler viene colpevolmente sacrificata in un contornino che quasi non si nota. Ridondante, maestoso, serio, equidistante dai capolavori del genere come dai prodotti più scontati.

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