ODIO IMPLACABILE

Nel 1947 il mondo stava cercando di ritrovare quella normalità che gli anni di guerra avevano cancellato. Ma più si allontanavano i fantasmi del conflitto e più tornavano a farsi prepotenti ossessioni, fobie e intolleranza.

Per un caso del destino, proprio in quell’anno, due pellicole si occuparono di antisemitismo, un argomento scottante per un paese come gli Stati Uniti: si trattava di Odio Implacabile di Edward Dmytryk – in originale Crossfire, ovvero Fuoco Incrociato, che peraltro in Italia uscì due anni dopo – e Barriera invisibile di Elia Kazan con Gregory Peck. Agli Oscar il primo prese cinque nomination e il secondo ben otto, ma il film di Dmytryk rimase all’asciutto vincendo però Cannes come miglior film sociale (quell’anno i premi andavano per categorie), mentre Barriera invisibile si aggiudicò l’Oscar come come miglior pellicola, regia e attrice non protagonista (Celeste Holm). Sempre per un caso del destino, entrambi i registi però finirono nel mirino della commissione per le attività antiamericane del famigerato senatore Joseph McCarthy: i loro lavori erano troppo liberal e quindi sospettati di filo comunismo. Un clamoroso caso di folle intolleranza dal quale i due ne uscirono (malissimo) accusando alcuni loro colleghi di essere comunisti e rovinando così le loro carriere.

Odio implacabile è tratto da un romanzo del futuro regista Richard Brooks, The Brick Foxhole, scritto durante gli anni in cui l’autore militava nei marines. L’intreccio è sostanzialmente lo stesso del film, con la differenza che la vittima del cieco odio razziale intorno a cui ruota tutta la vicenda nel libro non è un ebreo, ma un omosessuale. Se nell’America del 1947 era difficile parlare di antisemitismo al cinema, sarebbe stato ancor più complicato trattare un caso di omofobia. A interpretare i ruoli principali furono chiamati tre Robert: Robert Young nei panni di Finlay, un paziente e determinato poliziotto con pipa in stile Maigret; Robert Ryan in quelli del violento e paranoico soldato Montgomery e Robert Mitchum in quelli del sergente Keeley, impegnato a difendere un compagno accusato dell’omicidio di un ebreo. Per Young si trattava di un ruolo insolito, visto che la sua carriera era costellata di pellicole brillanti, ma la sfida gli piacque e i risultati gli dettero ragione. Di diverso parere furono i suoi colleghi. Mitchum – come sempre piuttosto svogliato – sosteneva che qualsiasi altro attore americano avrebbe potuto interpretare Keeley, mentre Ryan esitò a lungo prima di vestire i panni di Montgomery. Nonostante abbia spesso interpretato eroi negativi, infatti, Ryan era un democratico pacifista e arrivò a essere tra i più convinti oppositori dei sistemi del senatore McCarthy.

In soli venti giorni di riprese per un costo totale di 250 mila dollari (ne incassò 1 milione e 300 mila), Dmytryk girò il film come un noir, non per nulla la produzione era della RKO, una tra le case più attive in questo genere di pellicole. Così, ecco inquadrature illuminate secondo la lezione espressionista, ricche di contrasti tra luci e ombre, rese ancora più drammatiche da un’ambientazione quasi totalmente notturna. Insieme alla presenza di una dark lady destinata a pentirsi (una entraîneuse interpretata da Gloria Grahame), lo scioglimento finale è in puro stile noir. Per meglio comprendere lo spirito del film e gli atteggiamenti razzisti che attraversavano gli animi meno tolleranti in quel momento storico, vale la pena concludere citando la riflessione che Samuel, l’uomo che verrà ucciso, fa al soldato Mitchell: «Ad un tratto ci troviamo senza più nessuno da odiare. Per quattro anni abbiamo concentrato gli sguardi su un solo punto: vincere la guerra. Non c’era altro, la vittoria. Ma ora basta. E a un tratto la pace. Cominciamo a guardarci un po’ attorno, nessuno sa ciò che accadrà né cosa deve fare. Sappiamo combattere, ma non sappiamo più chi combattere. C’è come una tensione nell’aria. Siamo ancora intossicati dall’odio e dalla lotta. Uno finisce con l’odiare se stesso».