“SENZA LUCIO”: IN UN DOCUMENTARIO LA VITA DOPO LUCIO DALLA

«Lucio aveva la capacità di irrompere con una grazia positiva’ »: in occasione della presentazione del documentario Senza Lucio al Torino Film Festival, Ciak ha intervistato il regista Mario Sesti

Mario Sesti, critico e giornalista cinematografico, nonché curatore del Festival di Roma e diretto artistico del Taormina Film Fest, nel 2003 ha firmato L’Ultima Sequenza, un documentario-inchiesta su un possibile finale perduto di 8½ e, proprio con questo lavoro, dopo anni di collaborazioni giornalistiche, saggi e lezioni universitarie, è stato selezionato dal Festival di Cannes e proiettato in tutto il mondo, da New York a Londra, fino a San Paolo. Sesti, siciliano e messinese DOC, per l’attività che svolge, è vicinissimo a moltissime personalità delle spettacolo ma, in un mondo per certi versi effimero come quello dello show biz, quante di loro si possono considerare amiche? Di sicuro per Sesti era un amico Lucio Dalla, innovatore musicale, poeta e uomo dalla personalità più sfaccettata e multiforme.

A più di due anni dalla scomparsa del cantautore italiano, Sesti gli rende omaggio con un documentario, intitolato emblematicamente Senza Lucio. L’opera, intimistica e riservata, va oltre il più semplice dei ricordi; è narrata da Marco Alemanno, compagno di Dalla fino alla sua morte e ora, così come racconta nella pellicola, erede del pensiero di Lucio, pronto a scrivere e raccontare quello che l’autore di Caruso era e, per certi versi, è ancora. Senza Lucio,prodotto da Massimiliano De Carolis, raccoglie le testimonianze di moltissimi volti vicini a Dalla, alcuni noti e altri no, ma tutti uniti dalla musica e dalla vita di uno dei più grandi artisti italiani. Ecco che tra commozione e risate compaiono Renzo Arbore, Stefano Di Battista, i Marta sui Tubi, Piera Degli Esposti, Peppe e Toni Servillo, John Turturro, i fratelli Taviani, Paolo Nutini e, addirittura, Charles Aznavour.

Senza Lucio è arrivato al 32° Torino Film Festival, inserito nella vivacissima categoria Festa Mobile e, per l’occasione, Ciak ha incontrato e intervistato Mario Sesti.

Mario, nel suo Senza Lucio lei si concentra molto di più sui dettagli, sulle sfumature. Ci sono moltissime fotografie delle mani di Dalla. Come mai questa scelta?
«In realtà le foto le ha fatte la persona a lui più vicina: Marco Alemanno. Questa prossimità si nota proprio dai dettagli, un po’ come un romanzo, con un punto di vista molto ravvicinato, con uno sguardo vicino che conosce bene i suoi modi e le sue abitudini, come mangia o come dorme. Queste foto raccontano le parti nascoste, costruiscono un rapporto di intimità che solo Marco conosceva ».

Lei conosceva molto bene Lucio Dalla, qual era il suo dettaglio inconfondibile, che solo un amico sa cogliere?
«Innanzitutto la capacità di trasmettere curiosità nei tuoi confronti. Per il lavoro che faccio ho conosciuto molte persone celebri ma molti, quando sono curiosi per gli altri, oltre che per se stessi, lo fanno soprattutto per dovere, così da evitare di apparire troppo narcisisti o egocentrici. Lucio era diverso, gli interessavi sul serio se ti conosceva. Riusciva a trasmetterti una sorta di serenità. Il film parla proprio di quanto può mancare Dalla, finisce con la canzone Futura; aveva sempre un rapporto pacifico e positivo con il futuro Lucio, al contrario di oggi che con il futuro si ha sempre una relazione impaurita, con un orizzonte chiuso. Lui aveva la capacità di irrompere con una grazia positiva, ecco ».

Nonostante l’amicizia nel documentario ha scelto di essere semplicemente un osservatore, facendo parlare gli altri. Lei, al posto loro, cosa avrebbe detto?
«Non c’è nulla che io abbia potuto dire più degli altri. Conoscevo bene Lucio ma non da tutta una vita come Michele Mondella o Piera Degli Esposti. Posso dire che facendo questo film ho capito molto di più su di lui, in fondo uno dei motivi più giusti per fare film è quello di capire le cose, non solo raccontarle o, addirittura, fare soldi. Anche se con i documentari non è il modo più sicuro per ottenere riscontri economici, nonostante l’investimento mio e di Massimiliano De Carolis. Tra l’altro Senza Lucio, dovrebbe arrivare in sala tramite la I Wonder con un numero sostanziale di copie. Ma, al netto di ciò, ho capito molte cose di Lucio, come il curioso ossimoro che c’era il lui: da un lato un’apertura verso gli altri, dall’altra un nocciolo privato che non ha condiviso con nessuno. Credo che questo il film lo racconti ».

Renzo Arbore
Renzo Arbore

In Senza Lucio ci sono grandissime personalità: Arbore, i Taviani, Turturro, Degli Esposti e Aznavour. Mancano Ron e De Gregori, però. Pilastri della vita di Lucio. Ha provato a contattarli?
«La scelta è stata quella di ruotare un po’. Mi sono allontanato dagli omaggi stupendi passati in TV che raccontavano il Lucio da palcoscenico, diciamo. Quindi mi sono concentrato sulle cose non dette, non so quanti sappiano che Nutini e Azanavour avessero una passione per lui. Devo dirti che è stato un modo per far emergere la natura rinascimentale, era un musicista ma aveva una passione enorme per l’arte e il cinema stesso. Aveva un gusto eccelso per la messa in scena teatrale. Era giusto raccontare cose che non tutti sapevano. Per esempio, ti dico, che conoscendo Franco Battiato avrei potuto chiamarlo, ma ho voluto intenzionalmente evitare voci già sentite, lo stesso motivo per cui non ho inserito materiale di repertorio. Ho cercato di trovare altre immagini, registrando voci che fino ad ora non avevano ancora parlato ».

Nel documentario si parla di un Lucio poliedrico e sempre attivo, che abbracciava diverse arti. E, proprio a riguardo del cinema, sapevi se aveva in mente un vero e proprio film da regista o sceneggiatore?
«Guarda… Non posso dire che avesse un copione nel cassetto ma non potrei nemmeno escluderlo. Da quando l’ho conosciuto, un po’ per celia, un po’ perché ci credeva, mi chiedeva sempre di fare un film insieme. Era sicuramente nel suo mirino, però forse avrebbe dovuto farlo quando la potenza di fuoco del cinema italiano era maggiore, magari negli anni ’70 qualcuno l’avrebbe fatto esordire. Era molto amico di Fellini, che addirittura andò ai suoi concerti per una settimana di seguito. Aveva una visione non convenzionale sul cinema: quando lo intervistai su Sorrentino mi disse che secondo lui, Sorrentino, passava la notte a vedere i film di Kitano, correlandolo al gusto estetico, sui costumi, le musiche, il movimento della macchina. Aveva del talento anche in ambienti a lui più distanti ».

È più difficile omaggiare un amico o un grande artista?
«(Sospira ndr.) Eh… Bella domanda. In questo caso ero facilitato. Non so, ho fatto omaggi a persone che non avevo mai visto, come Germi o Fellini. Beh, posso dirti che per me fare questo film era metterci un’affettività che mi riguardava più da vicino, anche se non doveva comparire ma restare sullo sfondo. Volevo fare una cosa che ricordasse Lucio, che gli somigliasse, con semplicità e un gusto molto popolare che richiamasse proprio le sue canzoni, canzoni semplici, quasi naif, che hanno però un’intensità che le immagini naif non hanno, volevo cerca di rifare questo. Anche il modo un po’ turistico con cui abbiamo battuto i suoi ritiri, come l’Etna e le Tremiti. La cosa doveva essere vista con gli occhi di qualcuno che ama le canzoni di Lucio e quindi tutto sarebbe dovuto essere diretto, colorato, forte e più semplice possibile ».

Damiano Panattoni