Ariaferma, recensione del film con Toni Servillo e Silvio Orlando

Il terzo film di Leonardo Di Costanzo, uno dei più amati a Venezia 78

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Credits: Gianni Fiorito

Un vecchio carcere ottocentesco, situato in una zona impervia e imprecisata del territorio italiano, è in dismissione. Per problemi burocratici i trasferimenti si bloccano e una dozzina di detenuti con pochi agenti rimangono in attesa di nuove destinazioni.

In un’atmosfera sospesa, le regole di separazione si allentano e tra gli uomini rimasti si intravedono nuove forme di relazioni.

All’ultima Mostra del Cinema di Venezia avrebbe sicuramente meritato di stare in concorso Ariaferma, l’ultimo film di Leonardo Di Costanzo, uno dei più belli visti quest’anno, ambientato per lo più in uno spazio chiuso, claustrofobico, dove il regista riflette su una condizione umana che ci accomuna tutti, guardie e ladri. La tensione viene costruita attraverso piccoli gesti, si alimenta dell’attesa, resta sospesa nell’aria facendo emergere tutta l’assurdità delle dinamiche carcerarie.

Toni Servillo e Silvio Orlando, in stato di grazia, vestono rispettivamente i panni che sarebbero stati dell’altro se Di Costanzo, che scrive con Bruno Oliviero e Valia Santella, non
amasse mettersi scomodo, ma Ferracane, Striano, Di Francesco e il giovane Giuliano stanno al passo, strumenti perfettamente accordati all’intero coro di attori.

Da antologia la scena dal sapore evangelico in cui, saltata la luce nel bel mezzo di una bufera, custodi e carcerati si riuniscono nel centro della prigione per condividere il cibo, la reciproca compassione e il medesimo destino di reclusione.

SE VI È PIACIUTO GUARDATE ANCHE…

I precedenti film di Di Costanzo, L’intervallo e L’intrusa, ma anche il documentario Cattività di Bruno Oliviero.