Il cieco che non voleva vedere Titanic – La recensione

Il cieco che non voleva vedere Titanic

Come si racconta senza stereotipi la disabilità al cinema, nell’epoca in cui siamo divisi tra cinismo un tanto al chilo e derive da politicamente corretto 2.0? Forse non realizzando un film sulla disabilità, ma un film con protagonista una persona disabile, che non è affatto la stessa cosa. È la soluzione adottata dal bellissimo Il cieco che non voleva vedere Titanic (Sokea Mies, Joka Ei Halunnut Nahda Titanicia, Premio degli spettatori Armani Beauty a Venezia 78, sezione Orizzonti Extra, e dal 14 settembre in sala e su IWONDERFULL.IT), quinto lungometraggio del pluripremiato regista finlandese Teemu Nikki.

Protagonista Jaakko, cieco e affetto da una forma di sclerosi multipla che lo costringe su una sedia a rotelle. Lo interpreta Petri Poikolainen, che nella vita reale ha la stessa malattia di Jaakko. Ma il personaggio e la storia sono immaginari, assumendo di volta in volta la forma della fiaba d’amore, del racconto d’avventura, del thriller urbano. E questa pluralità di forme è già di per sé la rottura di una gabbia in una storia che parla, soprattutto, di liberazione.

«Libertà!», grida a più riprese Jaakko, cinefilo che non ha mai visto (né vorrebbe vedere) Titanic: il suo James Cameron preferito è quello di film come Aliens – Scontro finale. E lui, non a caso, se la immagina come Sigourney Weaver da giovane la sua ragazza, Sirpa (che ha soprannominato “Ripley”), con la quale ha una relazione a distanza.

Entrambi parzialmente impediti nei movimenti a causa dei rispettivi problemi di salute, si parlano quotidianamente con tenerezza e complicità senza essersi mai incontrati di persona. Ma quando le condizioni della donna si aggravano, Jaakko capisce che è arrivato il momento di rischiare tutto e percorrere i chilometri che lo separano da lei. Sono due corse in taxi e un viaggio in treno. Che vuol dire cinque momenti in cui Jaakko dovrà chiedere aiuto ad altrettanti sconosciuti, per raggiungere finalmente colei che ama.

LEGGI ANCHE: Venezia 78, tutti i vincitori

Viene in mente, per certi versi, il capolavoro Una storia vera di David Lynch, ma se in quel film l’estremo viaggio di ricongiungimento era volutamente spogliato di accensioni spettacolari ed eventi eclatanti, il tragitto di Jaakko prende una piega adrenalinica. Impedendoci per quasi un’ora e mezza di concentrarci su altro che non sia il fato del protagonista e della sua impresa. Anche perché in tutto questo arco di tempo la nostra percezione del mondo è posta sullo stesso piano di quella del personaggio.

Senza ricorrere alla più scontata (e notoriamente a doppio taglio) soluzione della ripresa in soggettiva, Nikki incolla la macchina da presa al volto di Jaakko, mettendo fuori fuoco il resto. Noi vediamo (quasi solo) lui, è lui il nostro unico riferimento, insieme a immagini vaghe e ai suoni del mondo che lo (e ci) circonda: una voce che potrebbe essere amica o nemica, lo squillo del cellulare, lo stridio di un treno sulle rotaie, l’abbaiare di un cane.

Sarebbe crudele svelare l’esito della vicenda. Ma, intanto, possiamo dire che l’obiettivo di liberazione del film e del protagonista-attore viene, comunque, raggiunto. Non solo per la scelta di mettere in discussione le barriere fisiche e morali (ben rappresentate dai pregiudizi crudeli e pietistici che emergono dalle parole dei vicini di Jaakko) col gesto di mettersi in cammino. Ma anche per la costruzione drammaturgica e scenica del film, che tiene conto in ogni momento della specifica soggettività del protagonista, ma non ne fa un ghetto estetico-narrativo, il recinto di un racconto dai toni e dagli intenti magari anche nobili ma risaputi.

L’imprevedibilità di un film come Il cieco che non voleva vedere Titanic è quella della vita vera, ma anche della finzione filmica quando è totalmente svincolata da pudori e ipocrisie. Facendo proprio il coraggio di chi va incontro al suo personale iceberg, senza arrendersi ad esso. Il coraggio dei grandi film.

Nessun Articolo da visualizzare