Venezia 77, Padrenostro

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Certa storia d’Italia arriva al cinema con difficoltà. Le narrazioni su Cosa Nostra, che siano di eroi, antieroi o mostri, hanno da tempo sfondato la parete. Mani pulite si è presa abbondante spazio nell’immaginario seriale, così come le criminalità romane e napoletane. Quello che proprio non fa breccia nel cuore, e nel portafogli, dei produttori, sono gli Anni di Piombo. In quarant’anni pochissimi hanno raccontato il periodo che Sergio Zavoli ribattezzò “La notte della Repubblica”. Lo ha fatto Marco Bellocchio, con Buongiorno, Notte (da cui sta traendo una serie tv), raccontando il rapimento Moro, come aveva anni prima fatto Giuseppe Ferrara. Renato De Maria si mise in gioco con le pagine violente di Prima Linea, con polemiche annesse. Sono passati trent’anni da Una fredda mattina di maggio, ispirato all’omicidio del giornalista Walter Tobagi, il Romanzo di una strage lascia dubbi e perplessità, mentre la chiave di Ligabue per raccontare la stazione di Bologna in Da zero a dieci è una delle più sentite.

C’è la paura di affrontare un tema che ancora oggi aprirebbe scenari pericolosi, storicamente parlando. Dietro ai fatti di cronaca e alla lotta politica, c’era però un altro mondo. Quello delle famiglie coinvolte negli scontri, ideologici o armati che fossero. Come quella di Claudio Noce. Suo padre Alfonso, nel dicembre del 1976, fu vittima di un attentato da parte dei Nuclei Armati Proletari. Lui rimase ferito, un poliziotto e uno dei terroristi rimasero sull’asfalto. Il piccolo Noce non aveva neanche due anni, ma la storia doveva trasformarsi in film. Padrenostro è l’elaborazione di qualcosa che sarebbe potuto essere e per fortuna non è stato, di azioni che hanno conseguenze anche quando non sono compiute. Una variazione sul tema che si trasforma, un’opera di formazione raccontata con sensibilità, intelligenza e che spazia in maniera sorprendente tra i generi. Deve averci visto tutto questo e di più Pierfrancesco Favino, che interpreta Alfonso e produce, come ha fatto solo per Senza nessuna pietà, opera d’esordio di Michele Alhaique, nel 2014 in Orizzonti.

Padrenostro è la storia di un’amicizia, quella di Valerio, figlio di Alfonso, e Christian, poco più grande ed enigmatico, interpretati da Mattia Garaci e Francesco Gheghi. Nei panni di Gina, mamma di Valerio e moglie di Alfonso, Barbara Ronchi, attrice da tenere molto d’occhio, vista già l’anno scorso a Venezia nel notevole Sole, prossimamente in Cosa sarà di Francesco Bruni.

Claudio Noce: «Padrenostro non è un film sugli anni di piombo»

In concorso a Venezia: sensazioni?
Felicità, ma anche tensione e responsabilità, soprattutto in questa edizione che è quasi un miracolo.

Com’è nato l’incontro con Favino, attore e produttore?
Casualmente, una sera a una cena di amici. Gli parlai del film, lo volle leggere e due giorni dopo mi chiamò entusiasta. Dato che non riuscivamo a trovare un produttore, Pierfrancesco mi ha proposto di fare questo percorso insieme.

Un film autobiografico sugli anni di piombo: una grossa responsabilità.
Sapevo che era difficile, per me e perché il terrorismo è una ferita ancora aperta. Non è un film sugli anni di piombo. È un film sull’archetipo del padre, sulla mia famiglia e su quei ragazzi e bambini, come me e mio fratello e mia sorella, invisibili ma che ascoltavano e vedevano tutto.

PADRENOSTRO
Italia, 2020, Regia: Claudio Noce Interpreti: Pierfrancesco Favino, Barbara Ronchi, Mattia Faraci, Francesco Gheghi Durata: 120’