Gianfranco Cabiddu racconta il festival Creuza de Mà: «Il rapporto magico tra cinema e musica»

A Carloforte, in Sardegna, sulla piccola isola si San Pietro dove sono in corso le riprese della nuova stagione della fiction con Gianni Morandi, Gianfranco Cabiddu, Globo d’Oro nel 2017 per La stoffa dei sogni e più recentemente nella sale con Il flauto magico di Piazza Vittorio, sta per chiudere la 13esima edizione del suo festival, Creuza de Mà (da una canzone di Fabrizio De André), in cartellone dal 10 al 15 settembre e dedicato proprio alla musica per cinema.

Un piccolo festival ricco di poesia, grazia e “tempo da perdere”, ma anche di film e incontri, corsi, masterclass e ospiti, tra cui Neri Marcorè, Angela Fontana, Marco Danieli, Igort, ma anche Pivio e Aldo De Scalzi che hanno tenuto un concerto con le loro colonne sonore per cinema e tv e Michele Riondino, che si è esibito al Giardino di Note con la sua scatenata rock band, i Revolving Bridge. Il momento più atteso però è quello del concerto che si svolge al tramonto nell’oasi naturale di Capo Sandalo, quest’anno affidato all’arpa di Marcella Carboni e al sax di Simone Alessandrini.

“Ho un percorso un po’ bizzarro – ci racconta Cabiddu – ho studiato musica elettronica al conservatorio, di Bologna e sono diventato etnomusicologo, studioso all’Università La Sapienza di Roma. Ma non arrivavano mai concorsi per diventare di ruolo e ho iniziato quindi a fare il tecnico del suono per poi passare alla regia. Ma appena possibile torno a progetti musicale, come Il flauto magico di Piazza Vittorio, che ci costringe a ripensare a quello che sta accadendo nella distribuzione. Per alcuni lavori è necessario trovare strade nuove: se un film funziona poco nelle sale, ma va benissimo nelle arene e le critiche sono favorevoli, i produttori dovrebbero farsi qualche domanda in più. Invece siamo noi registi a sopportare il peso di un incasso troppo basso. Julie Taymor, che ha fatto molti film da Shakespeare, mi ha raccontato che non esce più nelle sale, ma preferisce organizzare delle vere e proprie tourne del film come se fosse uno spettacolo teatrale e i teatri sempre pieni».

Com’è nato il festival Creuza de Mà?

Proposi di fare quattro festival in quattro isole diverse, che costituiscono in realtà una sorta di unico festival capace di declinare le parti artistiche di un film, dalla scrittura e la recitazione alla musica, con la possibilità di ragionare su un aspetto un po’ negletto e costringere autori e musicisti a riflettere su un rapporto difficile da descrivere. Un rapporto misterioso e affascinante, fatto di cose condivise, tempo perso insieme, fiducia reciproca. Ma il festival è nato anche per connettere la filiera del suono, perché i vantaggi delle nuove tecnologie hanno azzerato molti momenti di lavoro condiviso, che si svolgeva nella cappella della sala di montaggio. Oggi ognuno lavora per conto suo, per questo portiamo a Carloforte un gruppo di studenti: se dormono e mangiano insieme, si scambiano sogni e hanno un progetto comune, qualcosa succede.

E poi siamo su un’isola, dalla quale non si scappa facilmente.

Esatto, ma sull’isola hai un vantaggio: essendo circondata dal male puoi decidere di fare rotta in qualunque direzione. L’isola è un luogo dove il tempo è diverso, dilatato, dove “la perdita di tempo” diventa l’occasione per guadagnare un tempo diverso. Questo mi fa capire però di essere negato per qualunque carriera, io sono sempre stato spinto dalla curiosità, questo mestiere per me è un regalo. Penso alla poesia Itaca di Costantino Kavafis che invita a ritardare il ritorno sull’isola perché l’isola non offre ricchezza: “ma ti ha dato un bel viaggio, mai senza di lei ti saresti messo in viaggio”

Il rapporto tra regista e musicista è paragonabile a quello tra regista e sceneggiatore?

Regista e sceneggiatore condividono un medium che possiedono entrambi, quello della scrittura, mentre la musica sta dentro i sentimenti e spiega del film qualcosa che ha a che fare con l’impalpabile. Ci vuole fiducia, proprio come in una storia d’amore in cui speri che l’altro senta le stesse cose che senti tu, e io sono stato fortunato perché ho lavorato con Franco Piersanti e Nicola Piovani. il musicista deve avere il suo spazio di interpretazione e darti qualcosa che ti sorprenda.

Spesso le colonne sonore non vengono neppure citate nelle recensioni, eppure ci sono canzoni che hanno reso celebri del film e viceversa.

Ci sono immagini cinematografiche che slegate da una determinata musica perdono tutta la propria forza. Il 50% di un film è la musica, che spesso diamo per scontata. Anche le parole, a seconda di come sono pronunciate, sono musica. I musicisti sono da considerarsi a tutti gli effetti dei coautori, il cinema è un lavoro collettivo. Spesso il musicista arriva a raccontare cose che con le immagini non puoi spiegare.

Spesso però il commento musicale è ridondante, e le canzoni pop del momento arrivano a sottolineare strategicamente alcune scene, con un meccanismo spesso stucchevole.

Ultimamente le cose stanno cambiando, non c’è più l’ossessione per una musica che, spalmata come un tappeto sonoro, finisce per soffocare anche le emozioni. Anche i grandi compositori hollywoodiani hanno avuto lo stesso problema, quello di placare con la musica il terrore del vuoto. Per l’uso delle canzoni ci vuole la misura, a volte ti danno il senso dell’epoca, altre volte somo solo una trovata. Sono come la tavolozza di un pittore, dipende dalla pennellata.

Qual è colonna sonora perfetta?

Difficile scegliere, ma ci sono cose meravigliose in Otello di Orson Welles, nelle musiche di Morricone per Tornatore, ma amo l’uso del sonoro che fa Sorrentino. Ci sono film che non possono prescindere dalla musica, penso al film Il concerto di Radu Mihăileanu dove è proprio la musica a riunire un gruppo. Il cinema è lavoro collettivo che si deve intonare. L’importante non è quanto tutti sono bravi, ma quanto sono bravi insieme.

A cosa sta lavorando?

Sto cominciando a scrivere un film con Ugo Chiti, l’epopea di una famiglia prima del boom turistico, tra Sardegna e Corsica. Nel frattempo ho realizzato un’opera lirica, Cavalleria rusticana, ambientata in un’atmosfera mineraria d’inizio Novecento. Il protagonista è un ragazzo che partito per la guerra, con l’ultima leva del ‘99, e dato per disperso, torna a casa.