“Gold – La grande truffa”: la recensione del nuovo film con Matthew McConaughey

Gold Usa, 2016 Regia Stephen Gaghan Interpreti Matthew McConaughey, Bryce Dallas Howard, Édgar Ramírez Distribuzione Eagle Durata 2h

Al cinema dal 4 maggio 2017

IL FATTO – Ispirato a fatti realmente accaduti. Anno 1988; degno erede di una tradizione familiare di cercatori d’oro, il rozzo e carismatico Kenny Wells cerca la vena aurifera che darà una svolta alla vita sua. Nel rovescio di una fase economica avversa, l’uomo si lancia in una sfida affascinante e disperata, seguire le intuizioni del geologo-mezzo avventuriero Michael Acosta e organizzare una spedizione nel cuore di Sulawesi, Indonesia. Le difficoltà della natura non saranno quelle più insormontabili, poi arriveranno i lupi di Wall Street e i giochetti più avidi e criminali.

L’OPINIONE – “L’ultima carta che volti è quella che importa” è la filosofia a petto in fuori e un po’ smargiassa alla rischiatutto di quello che in altri tempi si sarebbe definito il “pioniere perfetto”. Con un sogno a spingerlo (“non il denaro, l’oro, che è completamente diverso!”), il nostro discutibile eroe incarna la figura che tanto abbiamo incontrato nella storia del carattere americano, nella letteratura e nei film (dai western a Il petroliere insomma).

Iperattivo, volgare, ubriacone – un rimesta rifiuti, anzi: un procione, lo definiscono gli azzimati finanzieri di New York – la figura di Kenny Wells è di quelle che solleticano ogni star. Matthew McComaughey, finalmente laureato attore vero con la statuetta per Dallas Buyers Club nel 2014, gioca il ruolo a tutto tondo, istrioneggiando al limite e e fisicamente truccato con pelata e pancetta prominente (presente il cameo di Tom Cruise di Tropic Thunder?). La storia in sé, sceneggiata da Patrick Massett e John Zinman, crediamo non sarebbe spiaciuta a uno Scorsese post Aviator e Wolf of Wall Street (appunto), e inizialmente i produttori – tra cui Paul Haggis – avevano pensato a un’accoppiata artistica Michael Mann-Christian Bale. Stephen Gaghan (che è stato l’ottimo sceneggiatore di Traffic e il regista dell’incasinato Syriana) non ha però le qualità artistiche espressive di nessuno dei due (inevitabilmente) e martella più “monotematicamente” sull’empatia dell’idealismo (“se vendi il tuo sogno che ti resta?”) più forte delle porcherie della vita e dell’isteria amorale della società contemporanea che mescola politica, affari, sesso e crimine senza scrupolo alcuno.

Apparentemente di supporto, l’Acosta di Edgar Ramirez (venezuelano buca schermo che si è rivelato nel capolavoro – miniserie Tv – di Olivier Assayas Carlos) acquista senso e spessore nel proseguio della trama, Bryce Dallas Howard fa la compagna che tutti noi desidereremmo, innamorata ma anche heavy quando serve. Le location, tra Albuquerque, New York, l’Indonesia e la Thailandia, rendono l’idea comunque di una produzione ambiziosa e ricca; notevole la scelta delle canzoni della colonna sonora, con la lenta ballad dal titolo omonimo, splendidamente impreziosita dal vocione roco e un po’ sepolcreale di Iggy Pop (infatti il Golden Globe l’ha candidata al premio per la categoria).

Massimo Lastrucci