GRETA GARBO: IL PERCHÉ DI UN MITO A 25 ANNI DALLA MORTE

DI VALERIO GUSLANDI

greta-garboCome si fa a diventare un mito? Semplicemente sparendo dalla circolazione, meglio ancora se lo si fa da vivi. Il mistero affascina, accende la curiosità e stimola il pettegolezzo: chi resta in gioco può accontentarsi di diventare un’icona, chi si nasconde è già nell’Olimpo. L’aveva capito benissimo Greta Lovisa Gustafsson, in arte Greta Garbo, quando decise di ritirarsi dal cinema e dal mondo ad appena 36 anni. Se si pensa che è scomparsa quasi cinquant’anni dopo, nel 1990 (il 15 aprile ci celebrano i 25 anni dalla morte e il 18 settembre i 110 dalla nascita), si intuisce subito come questa mossa sia stata vincente. E il bello è che probabilmente la decisione non fu presa per calcolo (o per il fiasco del suo ultimo film, Non tradirmi con me, 1941, di George Cukor), ma soprattutto perché Greta si era stufata dello star system hollywoodiano.

Greta Garbo e Melvyn Douglas in Ninotchka
Greta Garbo e Melvyn Douglas in Ninotchka

Il suo carattere schivo e solitario mal si accordava con il mondo sfavillante del cinema, che pure aveva fatto di lei una diva, anzi una Divina, come era stata soprannominata durante gli anni d’oro. Tutto l’opposto della sua rivale Marlene Dietrich, che invece era portata decisamente ad apparire. La loro carriera, pur vissuta in parallelo, presenta alcune analogie: entrambe europee, Garbo svedese, Dietrich tedesca, furono portate al successo negli Stati Uniti da due registi-pigmalioni: Mauritz Stiller per la prima e Josef von Sternberg per la seconda. Nonostante la carriera di Greta sia durata meno di vent’anni e quella di Marlene più di trenta l’American Film Institute ha messo la Divina, premio Oscar alla carriera nel 1954, al quinto posto nella classifica delle più grandi star femminili della storia del cinema americano e la Dietrich al nono (per la cronaca, al primo c’è Katharine Hepburn). L’intreccio delle loro vite toccò anche la sfera privata, visto che entrambe ebbero delle esperienze lesbiche con la poetessa Mercedes de Acosta. Ma tornando alla Garbo, l’attrice ha consegnato al mondo due immagini di donna ben definita. Prima di tutto l’attrice, di film in film sempre più sofisticata, costretta a interpretare soprattutto ruoli di vamp e seduttrice, come si capisce già da due titoli del muto, La tentatrice (1926, di Fred Niblo) e Orchidea selvaggia (1929, di Sidney Franklin). Il suo fascino era così magnetico e greta garbola sua recitazione così moderna che il passaggio al sonoro non fu traumatico come per molti altri attori, tra cui il suo partner di allora, John Gilbert. Anzi, il fatto che parlasse (“Garbo talks!”) servì come lancio pubblicitario per Anna Christie (1930) di Clarence Brown, in cui era una prostituta in via di redenzione (prima frase pronunciata: “Dammi un whisky, ginger ale a parte e non essere tirchio, baby”). A questo fece seguito anche un “Garbo laugh!” per il brillante Ninotchka (1939) di Ernst Lubitsch, in cui interpretava una rigida ispettrice russa in missione a Parigi, che si trasformava a contatto con il capitalismo. E intorno una serie di eroine romantiche come Anna Karenina (1935) di Clarence Brown, Margherita Gauthier (1936) di George Cukor, e Maria Walewska (1937) ancora di Brown. E poi c’era la Garbo privata: una donna semplice, che al guardaroba più glamour preferiva un abbigliamento quasi maschile, con giacche e pantaloni, arrivando a creare un nuovo modo di vestire femminile. Una donna che era decisa a tutto pur di difendere la sua privacy, anche a rompere amicizie se questo comportava un’intrusione nella sua vita. Ai giorni nostri sembra impossibile, ma dal 1941 sino alla sua morte non concesse più nessuna intervista ai mass media. Di lei sono rimaste solo alcune foto rubate mentre usciva di casa a fare la spesa o qualche passeggiata. Il resto lo dicono i suoi film, che l’hanno consegnata per sempre alla storia.