Hammamet, un ritratto di Craxi con troppe chiavi di lettura: la recensione

Italia, 2019 Regia Gianni Amelio Interpreti Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Silvia Cohen, Omero Antonutti, Renato Carpentieri, Giuseppe Cederna, Claudia Gerini Distribuzione 01 Distribution Durata 2h e 6′

Al cinema dal 9 gennaio 2020

LA STORIA – Si apre con un Craxi trionfante al congresso che lo conferma segretario del partito (col 92,3 per cento dei voti), già con un codazzo di “nani e ballerine” e invano ammonito da un disperato vecchio amico e compagno socialista, Vincenzo Sartori, che disperato e macerato lo accusa “tieni gli occhi chiusi” e gli profetizza i guai che verranno.

Poi la cinepresa salta agile negli anni e con la dicitura “In Tunisia alla fine del secolo scorso” assistiamo agli ultimissimi anni di vita di un leader amareggiato e astioso, malato e orgoglioso (“io pago le mie colpe da vivo, tutti i giorni”), circondato da figlia premurosissima (qui chiamata Anita), moglie magari un po’ defilata e nipotino. Tra le visite che riceve, stranamente importante appare quello dello stralunato figlio dell’amico Vincenzo (morto precipitato dal balcone), Flavio, che mentre pare intenzionato soprattutto a vendicarsi ne raccoglie le confidenze, le divagazioni e le amarezze.

L’OPINIONE – Bastasse il coraggio e l’intuizione profonda di capire come “il caso C” (come lo chiama nel film il figlio del Presidente) sia ancora lì irrisolto nel fondo delle nostre coscienze, allora Hammamet sarebbe un’opera fondamentale e splendida. Invece è solo necessaria, nevroticamente irrisolta tra la Storia e la fiction. Troppo reticente nel ripercorrere la biografia del politico (anche se non ne nasconde le intemperanze private, la golosità, la passata vitalità extraconiugale), troppo timorosa nell’addentrarsi nelle complicazioni fiction, con mélo e dramma criminale quasi messi lì en passant, troppo razionale e asciutta per abbandonarsi completamente alla trasfigurazione di una visione onirica (che a un certo punto pure c’è), troppo traccheggiante tra l’empatizzazione di un personaggio che secondo Amelio possiede quasi la vocazione del Pierino o del Franti (lo vediamo da piccolo tirar giù con la fionda i vetri del collegio cattolico in cui studia) e con cui empatizza nel suo gusto per i piaceri terreni, nella passione dell’ideale e in quella per il cibo (“lei dice che bisogna aggiungere anni alla vita. Io dico che bisogna aggiungere vita agli anni”), assegnando contemporaneamente ad altri personaggi inventati, il compito di fare da contraltare moralista, da grilli parlanti (il Sartori interpretato da Cederna, l’amico avversario politico interpretato da Carpentieri).

Così alla fine, senza un punto di vista sposato sino in fondo, pur all’interno di una impeccabile tenuta di messa in scena, con più di una inquadratura di bellezza e di gusto superiori, noi non capiamo quale chiave di lettura di Craxi sia stata privilegiata, visto che compaiono tutte: dal “cinghialone” ferito (così era satireggiato) che sbuffa e rampogna accusando tutto e tutti senza l’ombra di un’autocritica, all’anziano ammalato che lotta tra orgoglio e stizza per conservare le uniche cose che per lui contino, la dignità e l’onore di sé, al simbolo di una generazione di professionisti della politica con la visione d’alto profilo votati al martirio e al ludibrio di un “paese feroce che alla fine perdona”. Ma solo alla fine.

Tutto il film poggia sulle potenti spalle di Favino, autore di una incredibile performance, “mostro” di mimesi e interiorizzazione (dal trucco – prosthetic make up designer Andrea Leanza – all’intonazione, alle posture) di fronte al quale tutti i comprimari si disintegrano (ed è un difetto), partecipazioni straordinarie a parte, come anche quelle ad esempio di Claudia Gerini (l’amante), di Margiotta e Olcese (i comici pittati del cabaret nel sogno), e di Omero Antonutti (che commozione vederlo qui per l’ultima volta) nella parte del padre del “Presidente” . Già perché mai in Hammamet Craxi viene chiamato col suo nome, neppure una volta, volendo forse scansare gli equivoci ma magari creandone di altri.