HUMAN: COSA SIGNIFICA ESSERE UMANI?

Lunedì 29 febbraio un appuntamento da non perdere al cinema: arriva in sala, fino a mercoledì 2 marzo, Human, grandioso documentario realizzato dal filmmaker francese Yann Arthus-Bertrand

 

Yann Arthus-Bertrand (69 anni).Un viaggio intimo dentro l’uomo, un volo al di qua delle nuvole sulle bellezze della Terra. Quello di Human è un pianeta che, ammirato dall’alto e catturato in immagini mozzafiato dall’autore, noto proprio per le sue eccezionali fotografie e riprese aeree, svela tutta la sua magia; quando però si scende a “quota uomo” è anche luogo di sofferenza, dove guerre, violenza, discriminazioni, povertà̀ e disuguaglianze sociali lacerano la vita di milioni di persone.

Human, nelle sue emozionanti 3 ore e 11′ di durata, ce ne mostra entrambe le facce, in un contrappunto tra campi lunghi e primi piani che alterna panorami di grande fascino, filmati a bordo di un elicottero, a una girandola di individui di ogni razza, età, credo, condizione sociale e culturale. I quali, di fronte alla cinepresa, si mettono a nudo raccontando le loro storie personali, fatte di amore e rancore, di gioie e dolori, di sconfitte e speranze. E che si riannodano l’una alle altre per cercare di dare risposta alle domande su cosa significhi oggi, nel profondo, essere “umani”, su quali siano i valori e i bisogni fondamentali condivisi da persone tanto diverse e distanti, non solo geograficamente.

Human. Il deserto di sale Salar de Uyuni, in Bolivia.Arthus-Bertrand e la sua troupe hanno lavorato al progetto, sostenuto in modo incondizionato dalla Fondazione Bettencourt Schueller, per tre anni, nel corso dei quali hanno girato il globo raccogliendo e filmando le testimonianze di oltre duemila persone in sessanta diverse nazioni. Non trattandosi di un’opera concepita con intenti commerciali, ma un lavoro di respiro antropologico e filantropico, la sua diffusione non è limitata alle sale cinematografiche, benché solo la visione su grande schermo permetta di apprezzare le immagini in tutta la loro folgorante bellezza. Già dallo scorso 12 settembre, data della presentazione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia, Human è accessibile gratuitamente anche sui canali YouTube, in una versione in lingua originale divisa in tre parti e sottotitolata in sei lingue (inglese, francese, spagnolo, portoghese, russo, arabo), integrata con contenuti aggiuntivi che arricchiscono l’esperienza e approfondiscono le modalità di realizzazione del progetto. Potete accedervi dalla homepage del film cliccando qui, oppure direttamente su YouTube.

Proprio al Lido, a pochi giorni dalla prima del film, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare il regista nel corso di una tavola rotonda. Ecco come ha risposto alle nostre domande.

Quando ha deciso di mettere in piedi quest’impresa titanica?

Human. Chiesa Abuna Yemata Guh nel massiccio di Gheralta, Etiopia.Tutto è iniziato negli Anni ‘90 quando, durante la realizzazione del progetto La Terra vista dal cielo, un guasto all’elicottero ci ha costretti a fermarci due giorni in un villaggio nel Mali presso la famiglia di un agricoltore di sussistenza. Sono stati due giorni meravigliosi, in cui ci siamo sentiti veramente come fratelli. Lui con estrema sincerità mi guardava negli occhi, mi parlava e mi rendeva parte delle sue preoccupazioni, delle sue paure per le malattie, per le condizioni climatiche e meteorologiche che avevano compromesso il raccolto. Questo suo modo di comunicare mi ha profondamente toccato, al punto che poi, ripreso il lavoro, guardavo gli uomini che vedevo dall’elicottero chiedendomi quali storie avrebbero potuto raccontare. E così ho avuto l’idea di realizzare un film che mescolasse una serie d’interviste, come avevo fatto per un altro progetto degli anni 2000 che si chiamava Sei miliardi di altri. Ma è stato nel vedere The Tree of Life di Terrence Malick che ho avuto l’ispirazione, perché questo cineasta aveva avuto il coraggio di unire immagini sulla creazione del mondo a una storia molto intima. Ed è stato d’ispirazione anche quello che secondo me è stato il primo esempio di cinema ecologista, cioè la trilogia qatsi (Koyaanisqatsi, 1982; Powaqqatsi, 1988; Naqoyqatsi, 2002, tutti diretti da Godfrey Reggio, Ndr,), i primi due prodotti da Francis Ford Coppola e musicati da Philip Glass. Io sono sempre stato un attivista, ho una fondazione e sapevo che questo progetto non sarebbe mai stato di tipo commerciale: avevo bisogno di un mecenate, e grazie a Dio l’ho trovato nella fondazione Bettencourt Schueller, che ci ha veramente permesso di realizzarlo come volevamo, ma soprattutto di mostrarlo, una volta finito, come vogliamo.

Ha usato droni durante le riprese aeree?

No, perché i droni sono incompatibili con la mia ossessione per l’inquadratura perfetta, non essendo controllabili. Le riprese sono state effettuate a bordo di un elicottero con uno strumento video che si chiama Cineflex, dotato di un lunghissimo teleobiettivo stabilizzato che permette di eseguire zumate straordinarie.

Nel suo lavoro traspare uno sguardo antropologico. L’ha ispirata qualche lettura particolare?

Human.Io trovo ispirazione più che altro dall’attualità, in temi come il cambiamento climatico, i rifugiati, i conflitti in Iraq, Siria e Palestina. Sono allibito dall’idea che metà delle ricchezze mondiali sia nelle mani di novanta persone. Non leggo romanzi, mi piacciono le biografie, ma ciò che trovo davvero appassionante è la realtà che ci circonda, il mondo in cui viviamo, così ricco di eventi, che sta andando in una direzione che nessuno di noi può prevedere e con in più la rivoluzione tecnologica che consente a ognuno di essere interconnesso. Io finanzio un orfanotrofio a Brazzaville, in Congo, e lì i bambini sono su Facebook e sanno perfettamente quanto costi mangiare in Val d’Isère o a Venezia: non c’è da stupirsi se in una situazione del genere ci sia questa massa di popolazioni che si spostano. Il fenomeno dei rifugiati è veramente solo l’inizio di un cambiamento di vita radicale.

Cosa le ha lasciato sul piano personale la realizzazione di quest’opera?

Penso che avere successo nella vita professionale sia relativamente facile, mentre riuscire in quanto esseri umani sia molto più complicato. Come dice alla fine del film il bambino che vive in strada «Abbiamo tutti una missione. Spetta a me capire quale sia la mia ». Ritengo non sia pretenzioso che ognuno di noi faccia un’affermazione di questo tipo, perché davvero ciascuno può fare qualcosa per migliorare la vita attorno a sé. In questo senso tutte le interviste che sentiamo nel film ci insegnano qualche cosa e parlano anche di noi. Io che ora mi avvicino ai settant’anni credo sia davvero importante arrivare sempre di più all’essenziale. Quindi domande come “Che cos’è un essere umano? Qual è il nostro ruolo al mondo? Sono un uomo buono? Come sono nei miei rapporti famigliari e interpersonali?” riguardano davvero noi stessi.

Questo progetto in un mondo che cambia così in fretta ha il sapore di voler essere una testimonianza, qualcosa che resterà nel tempo.

Human. Bambina semi-nomade in Mongolia.Credo che il film abbia superato se stesso, ma bisogna mantenere umiltà e modestia. Abbiamo fatto il film che avevamo voglia di fare, forse non avevamo capito che cosa avremmo realizzato e dove saremmo arrivati. Io rimango stupito in Francia nell’osservare la reazione dei giornalisti, che dopo la fine della proiezione non riescono a parlare e mi stupisco quando sento calare il silenzio in una platea di persone normalmente note per il loro cinismo. Alcuni di loro hanno invece voglia di telefonare alla famiglia e sono molto felice che il film riesca a suscitare questi sentimenti. Ma, ripeto, bisogna mantenere l’umiltà e la modestia perché noi in fondo abbiamo mostrato quello che queste persone ci hanno dato e mi auguro che il film possa rendere migliore ciascuno di noi. Sicuramente ha reso noi migliori. Il film ora non è più nostro, appartiene a tutti. Noi siamo stati soltanto un ponte, una passerella e sono felice perché coloro che lo amano, lo amano veramente. Mi auguro possa funzionare il passaparola. Siatene buoni ambasciatori.

 

Sergio Lorizio