HUNGRY HEARTS, DI SAVERIO COSTANZO

Italia, 2014 Regia Saverio Costanzo Sceneggiatura Saverio Costanzo Interpreti Adam Driver, Alba Rohrwacher, Roberta Maxwell Produzione Mario Gianani, Lorenzo Mieli Distribuzione 01 Durata 1h e 49′

 

Dal romanzo Il Bambino indaco di Marco Franzoso (Einaudi): Mina, italiana, e Jude, newyorkese, s’incontrano per caso, s’innamorano, si sposano, hanno un figlio (non voluto). Ma durante la gravidanza la donna inizia a mostrare strani segni d’instabilità: una volta partorito il bambino, decisa a proteggerlo a modo suo dai veleni chimici della modernità, lo nutre solo con alimenti vegetali. Quando, però, il neonato mostra preoccupanti segni di malnutrizione, Jude decide di cambiare drasticamente atteggiamento. Saverio Costanzo ci ha abituati alle sue storie strette nella morsa di una solitudine immanente: non fanno eccezione i suoi “cuori affamati”, disperatamente aggrappati l’uno all’altra fino alla morte. Il romanzo d’origine però si trasforma, nelle mani del regista, in un racconto che lentamente si deforma alterando i corpi dei suoi protagonisti, in un processo di trasformazione psicologica che si estroflette sulla carne: tutta la prima parte del film culmina, come un thriller esistenziale sottolineato da un commento musicale quanto mai hitchcockiano, nelle splendide anatomie modificate dei personaggi grazie all’uso geniale che Costanzo fa della camera, piegando il suo sguardo alla sua visione. Il corpo come carne, una gabbia dalla quale evadere e da scarnificare, letteralmente. Poi, nel secondo tempo, qualcosa s’incrina: come se non sentisse più la storia, l’ispirazione sembra venire meno e Hungry Hearts subisce un’ulteriore trasformazione. E diventa una sorta di procedural, tutto preso a raccontare la lotta (sempre surreale, sempre narrata in punta di penna) per l’affidamento del bambino, tra rapimenti di fatto e denunce per percosse. Resta il fatto che l’opera quarta di Costanzo, senz’altro alieno nel panorama autoriale italiano, riesca ancora una volta nell’intento di mettere a disagio lo spettatore, costringendolo a guardare l’innocenza del dolore; e senza la consolazione di uno sguardo distante, resta invischiato nella coreografia di emozioni messa in scena. Mina e Jude si avvicinano e si allontanano, si attraggono e si dividono, lottando per convivere nello stesso spazio e cercando il giusto compromesso tra normalità ed eccezionalità: Hungry Hearts è il loro percorso accidentato, ma anche un film di ossessioni e dolore che esplora impietoso lo sfumato confine fra bene e male all’interno delle dinamiche di coppia, schiudendo il privato familiare per lasciarlo aperto allo sguardo attonito di chi osserva.

Gianlorenzo Franzì