I premiati, gli errori e i grandi delusi: i primi Oscar dell’era Trump

L’impressione di fondo è che gli Oscar si siano subito adeguati alla nuova America di Donald Trump, assente ma nominatissimo, tanto da trasportare pari pari il caos della sua amministrazione nella cerimonia di premiazione, senza dimenticare nessuno dei suoi ossessivi cavalli di battaglia, dalle fake news ai brogli elettorali. Il palleggiamento finale delle statuette fra i produttori di La La Land e Moonlight è stato a dir poco sconcertante, malgrado la classe e la stima reciproca dimostrata dai due opposti schieramenti. E ha coinvolto due leggende come Warren Beatty e Faye Dunaway lì per festeggiare i 50 anni di Gangster Story, come dire un’eternità, che forse ha anche inciso nei tempi di reazione al parapiglia.
Comunque non è uno scandalo, perché Moonlight, sia pure minuscolo, è un film che trasuda e trasmette sentimenti e umanità. È stata probabilmente l’unica grossa sorpresa della serata, perché il premio a Casey Affleck (invece che a Ryan Gosling o Denzel Washington) è meritato, così come quello alla sceneggiatura originale di Kenneth Lonergan per Manchester By the Sea assai più corposa di quella di La La Land, tanto più che Damien Chazelle aveva vinto già la regia.
Magari il premio alla migliore sceneggiatura non originale, invece che a Moonlight poteva andare invece ad Arrival o, opinione  personale, a Il diritto di contare che fra tutti è sembrato il più penalizzato, senza nessuna statuetta. Eppure è un ottimo film, molto classico, addirittura all’antica, e perfino un po’ televisivo, ma meritava sicuramente di più, sia per l’affascinante e poco conosciuta storia che racconta, sia per l’ottimo cast e anche perché in quest’epoca di divisione e discordia, alla guida di un film prepotentemente afroamericano c’è invece un regista bianco, Theodore Melfi, il che è sempre un ottimo segnale di speranza, pacificazione, tolleranza e fratellanza.
Tutti gli altri premi sono stati scontati incluso, per fortuna, l’Oscar italiano (Alessandro Bertolazzi e Giorgio Grigorini) allo straordinario make up di Harlequin, Joker e company  di Suicide Squad.
Piuttosto, in Italia qualcuno avrà capito le continue battute di Jimmy Kimmel contro Matt Damon? È un tormentone che continua dal  2012 quando Sarah Silverman, allora fidanzata di Kimmell, mostrò nel Jimmy Kimmell live! il video musicale I’m Fucking Matt Damon. A cui Kimmell, in una puntata successiva rispose con un video analogo, I am fucking Ben Affleck. Esempio di umorismo decisamente non british e molto yankee, ma anche dell’ammirevole autoironia di due mega star come Ben & Matt.
Marco Giovannini