Il cacciatore, Davide Marengo: «Ecco perché è la svolta definitiva delle serie Rai»

Il cacciatore è l'unica serie italiana in concorso a Canneseries: il regista Davide Marengo racconta perché la fiction di Rai Due segna una svolta nelle serie Rai

Il cacciatore
Francesco Montanari in Il cacciatore

«Il film di mafia è il western della tv»: parola di Davide Marengo, uno che del genere se ne intende. Marengo è il regista di 6 delle 12 puntate di Il cacciatore, la serie in onda ogni mercoledì su Rai Due ispirata al libro Cacciatori di Mafiosi del magistrato Alfonso Sabella, interpretato da Francesco Montanari. La mafia insomma, come il western al cinema, in tv è un grande classico e un genere ben definito. Ma Il Cacciatore, prodotto da Cross Production e RaiFiction, ha rotto gli schemi: è più complesso, più sanguinolento e decisamente più “pop” rispetto alla consueta serialità della tv generalista. E proprio per questo non solo è stato acquistato per il catalogo di Amazon Prime Video, ma il 9 aprile approderà a Canneseries, primo festival internazionale interamente dedicato alle serie tv in corso dal 4 all’11 aprile a Cannes. La manifestazione nasce nell’ambito del MIPCOM, il più grande mercato internazionale dedicato all’audiovisivo: Il Cacciatore è l’unica serie italiana selezionata per il concorso.

Davide Marengo sul set di Il cacciatore (foto di Ilaria Rucco)

«Abbiamo avuto l’onore di essere scelti tra le 10 serie tv più innovative dell’anno nel mondo: le altre provengono da Stati Uniti, Messico, Corea del Sud, Norvegia, Israele.  Noi rappresentiamo l’Italia: è una sorpresa che premia la nostra volontà di avere uno sguardo internazionale», dice Marengo, già regista dallo spirito noir per il cinema (Notturno bus) e tv (Crimini 2, ma anche serie di tutt’altro sapore come Boris 3 e Sirene).

Marengo, in cosa Il cacciatore differisce dalle altre serie Rai?

In due modi: di mafia si è raccontato molto, ma si è vista poco la fase successiva a quella tristemente più nota delle stragi di Capaci e via D’Amelio: la reazione dello Stato impersonificata dal pool capitanato da Caselli e i suoi quattro magistrati, fra i quali Sabella, il più giovane. Con il loro intuito sono riusciti a stanare i reggenti del potere mafioso più crudele. E poi sia il produttore Rosario Rinaldo che la Rai hanno chiesto a me e all’altro regista Stefano Lodovichi un linguaggio nuovo, una regia che guardasse a uno stile internazionale, molto cinematografico nei dialoghi e nel raccontare la complessità dei personaggi, con dei chiaroscuri, meno stereotipati di quelli che spesso si vedono nelle tv generaliste.

Il cacciatore

A quali serie tv internazionali vi siete ispirati?

Certamente a Narcos per il modo di raccontare buoni e cattivi. Poi a Peaky Blinders per l’uso delle musiche, la regia moderna e la fotografia di chiaroscuri, a True Detective per i dialoghi e il modo di raccontare i personaggi. Ma anche tutto il cinema di Scorsese e De Palma è stata una costante fonte di ispirazione.

La serialità Rai sembra aver sposato un passo nuovo già con La porta rossa e Rocco Schiavone: Il cacciatore è la svolta definitiva?

Sicuramente c’è una una new wave della serie tv che nasce da un nuovo tipo di fruizione. Grazie a Netflix, Sky, Amazon il pubblico sta cambiando e anche chi produce vede quali prodotti hanno più successo. La stessa esistenza di Raiplay, la piattaforma online dove si può vedere lo streaming in alta qualità dei prodotti Rai senza l’ansia da diretta, nasce da un cambio generale: il pubblico che guarda online alcune serie che non sarebbero mai arrivate nella messa in onda tradizionale è lo stesso che guardava anche la Rai. E la Rai se n’è accorta con molto coraggio.

Il cacciatore
Francesco Montanari

Nella serie ci sono anche molte scene di violenza, corpi fatti a pezzi a colpi d’ascia o sparizioni nell’acido, che non siamo abituati a vedere in prima serata sulle reti pubbliche…

La tv generalista, avendo un pubblico ampio, ha cercato sempre di accontentare tutti e quindi anche i più sensibili. Ma la fruizione, appunto, è cambiata e quindi i produttori hanno deciso di osare per prendere un pubblico anche più esigente e ci ha chiesto di non limitarci anche nella crudezza e l’efferatezza dei fatti.

Come si racconta il lato privato di boss malvagi e feroci come Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca?

Con grande senso di responsabilità, perché tenevamo tutti ad evitare di creare un’identificazione con i criminali. La visione è chiara su chi sono i buoni e chi i cattivi. Ma per dare complessità e corpo a tutti i personaggi era necessario raccontarne le sfumature. Il protagonista è un magistrato antieroe, non convenzionale, che non segue le regole e deve fare i conti col suo passato, mentre dei boss mafiosi non potevamo mostrare solo il  lato crudele perché è più impattante e realistico vedere una persona capace di amare e poi di uccidere crudelmente persone innocenti. Non volevamo glorificare, ma nemmeno negare la realtà.

Le fonti d’ispirazione: clicca sulle immagini per scoprire le foto delle serie tv internazionali hanno ispirato Il cacciatore

Dietro le quinte di Il cacciatore: