Il cinema italiano non parla più romano

Tutto il mio folle amore

La folta pattuglia del cinema nazionale sta iniziando a mostrarsi in questa #Venezia76. Solo nella selezione ufficiale, tra lunghi e corti, ci sono ventiquattro registi mentre se ne contano altri venti sparsi nelle sezioni autonome della Settimana Internazionale della Critica e delle Giornate degli Autori. Alla fine del festival potremo fare un bilancio sulla qualità del cinema italiano qui presentato ma il dato interessante che già emerge è quello relativo alla “nazionalità” dei film che sono quasi tutti prodotti con l’apporto di Rai Cinema.

Mario Martone
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Ciononostante il cinema italiano a Venezia non parla romano. Tutti e tre i film in concorso ci raccontano di un cinema pensato e parlato fuori dal “Sacro GRA”: Mario Martone con Il sindaco del Rione Sanità (con tanto di sottotitoli) e Pietro Marcello con Martin Eden testimoniano, ancora una volta, la forza e la libertà creativa della scuola napoletana. La stessa libertà che troviamo nel cinema di Franco Maresco che, con La mafia non è più quella di una volta, riesce a fare ironia addirittura su Cosa Nostra e i suoi delitti foto- grafati da Letizia Battaglia.

IgorT - 5 E IL NUMERO PERFETTO 2 photo by Edoardo Tronchese

Napoli è la protagonista anche di due esordi d’eccezione, quello di Igort con 5 è il numero perfetto (Giornate degli Autori) e quello di Nunzia De Stefano, l’ex moglie di Matteo Gar- rone, che in Nevia (Orizzonti) ci porta dentro i container post-terremoto di Ponticelli. Nella sezione Sconfini troviamo Effetto domino di Alessandro Rossetto sui sogni industriali infranti del Nord Est mentre Gabriele Salvatores in Tutto il mio folle amore (Fuori Concorso) abbraccia il viaggio on the road, tra il Nord d’Italia e i Balcani, dei protagonisti del romanzo Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas. E se Tony Driver di Ascanio Petrini (Settimana della Critica) racconta di Pasquale che, dagli Stati Uniti, torna a vivere in una grotta a Polignano a Mare, Mio fratello rincorre i dinosauri di Stefano Cipani, dal romanzo omonimo di Giacomo Mazzariol, sfrutta varie location dell’Emilia Romagna. Mentre solo in Vivere di Francesca Archibugi, che viene presentato proprio oggi Fuori Concorso, risuona l’inflessione romanesca (come in Sole di Carlo Sironi in Orizzonti) e si vede una Capitale da cartolina. L’eccezione che conferma questa nuova regola?

Pedro Armocida