INDIVISIBILI: LA RECENSIONE

Viola e Dasy sono due gemelle siamesi, attaccate al bacino, che cantano ai matrimoni e alle feste e, grazie alle loro esibizioni, danno da vivere a tutta la famiglia. Le cose vanno bene fino a quando non scoprono di potersi dividere. Il loro sogno è la normalità: un gelato, viaggiare, ballare, bere vino senza temere che l’altra si ubriachi, fare l’amore.

Riprendendo il discorso dove era finito quello del film precedente, sulla riva del Volturno, fiume che attraversa una terra ferita a morte, Edoardo De Angelis scrive il suo romanzo di formazione con l’idea che ogni percorso di crescita preveda il dolore di una separazione, dell’inevitabile perdita di un pezzo di se stessi. I corpi delle due protagoniste, le straordinarie Angela e Marianna Fontana, riplasmati da un’operazione chirurgica, diventano dunque la perfetta metafora della metamorfosi necessaria alla conquista della libertà, che per le ragazze coincide semplicemente con la normalità. A convincere meno è lo sguardo del regista sul mondo che avvolge le protagoniste, troppo “finto”, ma non abbastanza surreale e fiabesco per essere davvero emozionante, popolato da personaggi che finiscono per essere macchiette più che caratteri a tutto tondo. Come il prete che specula su antiche superstizioni e alimenta il culto del mostruoso o il produttore discografico sulla sua barca di freak. Ne emerge l’idea che solo il grottesco possa raccontare il degrado di certe realtà, ma lo stile del regista è ancora troppo incerto per riuscire a dare forza alle sue visioni. Al tempo stesso però è l’esempio di un cinema italiano che si sforza di trovare strade diverse, poco battute e tutt’altro che concilianti.