INTERVISTA A JUDE LAW : «COSÌ SONO DIVENTATO IL PAPA »

Un Papa con il volto di Jude Law? Non ci avremmo mai pensato. Ci voleva la visionarietà di Paolo Sorrentino per stravolgere l’immaginario delle stanze vaticane, e il coraggio di Jude per accettare la sfida di interpretare in The Young Pope il Papa più giovane della storia, Pio XII al secolo Lenny Belardo, un pontefice ambiguo, a volte fragile e altre quasi luciferino, con la sigaretta perennemente tra le dita, che decide di non mostrare il suo volto come i grandi miti pop, da Salinger a Bansky ai Daft Punk. E tanto americano da bere Coca Cola alla ciliegia a colazione. I primi episodi della serie sono stati il miglior debutto di sempre per una serie tv Sky, con quasi un milione di spettatori. Adesso l’appuntamento è ogni venerdì sera su Sky Atlantic HD e Sky Cinema 1 HD. E di Lenny c’è ancora molto scoprire.

Intanto, Pio XII ha già sortito un effetto importante sulla vita di Jude Law: «Mi ha insegnato la capacità di riflettere prima di parlare. Lenny pensa sempre molto prima di dire qualcosa. Per questo manipola tanto bene gli altri. Ma è un uomo onesto, o meglio: è un uomo che non mente. Quindi le sue contraddizioni e la sua ambiguità possono sembrare quasi bipolari. Lo scopriremo poco a poco: nelle prime puntate era importante che tenesse bene coperte le sue carte». In un solo anno Jude ha interpretato un Papa e un Re, in King Arthur: Legend of the Sword di Guy Ritchie, in uscita nel 2017: «Non so cosa potrei fare di più a questo punto!», scherza l’attore.

Ha esitato ad accettare un ruolo così impegnativo?

No, perché era con Paolo Sorrentino. Ero d’accordo ancora prima di leggere la sceneggiatura. E poi m’intrigava l’idea di una persona della mia età e del mio tipo che diventasse Papa.

Lei è cattolico?

No. Da quel punto di vista ho affrontato il personaggio da una posizione neutra, che forse aiuta.

Cosa pensa della Chiesa come istituzione?

Per molti aspetti è stimolante. Sono abituato a vedere l’influenza dell’arte su ogni cosa e quindi ai miei occhi è una sorta di teatro: la Chiesa è stata la prima istituzione a raccomandare l’uso di costumi, scritture, luci e tutto il resto. In un certo senso si può tracciare il percorso della storia del teatro direttamente dalla Chiesa, anche per la sua posizione nell’arena pubblica. Ho un grande rispetto per questa istituzione.

Si è ispirato a qualche pontefice in particolare?

Ho studiato la fede cattolica e la politica del Vaticano, ma non mi sono stati di grande aiuto per il personaggio: la cosa più importante era creare un uomo reale che fosse un nuovo tipo di Papa. Paolo mi ha suggerito di partire proprio dall’uomo, quindi da ciò che sapevamo di Lenny dallo script, il fatto che fosse orfano per esempio. Mi ha aiutato molto pensare a delle regole secondo le quali Lenny vive, che tipo di cattolico è, cosa lo spaventa, cosa l’ha fatto un così giovane cardinale, come tratta le persone. Così ho avuto anche chiaro anche che tipo di Papa voleva essere.

Quindi la serie è più il ritratto di un uomo piuttosto che un film politico?

 È entrambe le cose, ma forse più il ritratto di un uomo, il suo faccia a faccia con la fede.

Ha cresciuto i suoi figli (Jude ne ha cinque, nati dalla moglie Sadie Frost e dalle brevi relazioni con Samantha Burke e Catherine Harding, ndr.) secondo qualche religione?

No, ma sono molto curiosi riguardo alla fede e cose significa per le persone. In questo momento anch’io sono più interessato all’ordine naturale delle cose, al nostro posto sul pianeta.

Ha provato la meditazione?

Sì, cerco di meditare ogni giorno, o almeno 3/4 volte la settimana. È come un esercizio per fermare l’accavallarsi di troppi pensieri, focalizza le mie azioni. Ho iniziato perché a un certo punto, verso i quarant’anni, mi sono accorto che non riuscivo a trovare nemmeno 20 minuti al giorno solo per fermarmi e pensare. Volevo provare che almeno per quei 20 minuti potevo lasciarmi tutto alle spalle, meditare e respirare. Mi è stato molto d’aiuto.

Com’è impersonare qualcuno che non sorride mai?

Per ora non sorride, ma il personaggio si rivela poco a poco.  Sono un fan di Paolo Sorrentino e già dallo script ho riconosciuto il suo stile, i suoi riferimenti alla musica. Ogni attore si augura un personaggio così pieno di ambiguità e contraddizioni. In più la lunga serialità mi ha sorpreso: abbiamo girato come se fosse un film lungo dieci ore, ho amato l’opportunità di esaminare nel profondo un personaggio, di non dover tirare fuori subito tutte le mie armi migliori come si è costretti a fare nei film di due ore.

Com’è stato lavorare con Paolo Sorrentino?

Nei suoi film la sceneggiatura è una mappa molto precisa, funziona bene come un pezzo di letteratura. Paolo ti lascia spazio per manovrare la tua interpretazione ma è più preoccupato della visione estetica del film. Ed essere nelle mani di un regista con una visione tanto chiara è straordinario.