INTERVISTA SOCIAL CON VINICIO MARCHIONI!

Logo Ciak In MostraCIAK IN MOSTRA: VINICIO MARCHIONI HA RISPOSTO COSÌ ALLE VOSTRE DOMANDE SU TWITTER E FACEBOOK!

 

Vinicio Marchioni, il Freddo di Romanzo criminale – La serie, ritorna a Venezia dopo 20 Sigarette con l’originale Pecore in erba di Alberto Caviglia. Grazie a un grande talento nato in teatro, passa agilmente attraverso tutti i registri interpretativi, dalla commedia alla fiction, sino a opere internazionali come To Rome with Love di Woody Allen.

Oggi Vinicio è stato nella redazione di Ciak in Mostra per rispondere alle vostre domande arrivate tramite Twitter e Facebook!

Vinicio MarchioniCome sei stato coinvolto nel film Pecore in Erba?

Mi ha chiamato direttamente il regista, Albero Caviglia, che non conoscevo. Mi ha fatto leggere la sceneggiatura e mi è piaciuta da morire. Ci siamo dati appuntamento e dopo averlo conosciuto mi sono definitivamente convinto ad accettare la parte. Secondo me Caviglia è davvero un genio.

Come ci si sente a ritornare alla Mostra dopo 20 sigarette?

È sempre molto divertente. Quest’anno sono qui con uno spirito molto leggero dato che nel film ho solo una piccola partecipazione. Non sento la responsabilità che invece percepivo quando sono venuto al Lido con 20 sigarette. La Mostra comunque è una macchina impressionante.

Tu usi molto i social network. Li trovi positivi o negativi?

Non ho capito ancora se è una cosa positiva utilizzarli o mi sto solo tirando la zappa sui piedi. Credo fermamente nel dialogo con il pubblico, fondamentale sopratutto per un attore. Uno dei compiti che abbiamo è cercare di riportare le persone in sala e lo si può fare anche attraverso i social network, che uso sia per pubblicizzare i lavori che faccio, sia per divertimento. Cerco di coadiuvare le due cose, mantenendo il più riservata possibile la mia vita privata. La cosa negativa, secondo me, è il tipo di democrazia di piattaforme come Twitter o Facebook.

Ti prepari diversamente quando interpreti un film rispetto invece a quando sali sul palcoscenico?

No, la preparazione è uguale, lo studio è sempre lo stesso. Ogni cosa che faccio, che sia per il cinema, il teatro o la televisione, è influenzata dal tipo di progetto, dall’incontro che c’è con il regista.

Com’è stata l’esperienza di Romanzo criminale?

Vinicio MarchioniRomanzo criminale mi ha lasciato in eredità moltissime cose. Professionalmente è stata una palestra gigantesca. Era la mia prima volta dietro la macchina da presa, dopo nove anni di palcoscenico, quindi i primi mesi sono stati di apprendimento. Inoltre ho stretto amicizie straordinarie, ancora oggi mi vedo con il cast della serie. È anche successo che magari siamo stati chiamati in due per una parte e ci siamo preparati insieme. Fortunatamente infatti non si sono mai creati screzi e invidie tra di noi.

 

Commedia, dramma, thriller, noir. Riesci a toccare tutte le corde interpretative. Qual è il segreto?

Non lo so, forse la schizofrenia (ride, ndr). La fortuna è che ho avuto un tipo di formazione, quella teatrale, che mi ha insegnato che un attore non deve interpretare se stesso ma i personaggi scritti all’interno delle sceneggiature. E credo anche che, in ognuno di noi, ci siano numerose maschere. Il tipo di lavoro che cerco di fare è eliminare ogni volta ciò che non ritendo indispensabile per quel ruolo.

Qual è il tuo attore mito, quello a cui ti ispiri?

Ce ne sono tantissimi. Marcello Mastroianni, Marlon Brando, James Dean. Due attori contemporanei che trovo straordinari sono Robert Downey Jr. e Michael Fassbender. E poi c’è lo straordinario Philip Seymour Hoffman, quando è morto mi sono messo a piangere.

Se fossi obbligato quale sceglieresti tra teatro e cinema?

È obbligatorio rispondere? (Ride ndr). Con una pistola puntata alla testa, forse direi il teatro.

Hai dei criteri per selezionare i personaggi che interpreti?

Dei criteri ben precisi no. Dipende dai film, dal tipo di ruolo, dall’incontro con il regista. In teatro sono arrivato al livello di potermi permettere di proporre delle cose. Nel mondo del cinema, invece, mi chiedo ogni volta se quel ruolo ha realmente la necessità che sia proprio io a interpretarlo. Se mi rendo conto che mancano alcune caratteristiche che in qualche modo mi toccano, o capisco che è una parte che non mi fa crescere umanamente e professionalmente, e viceversa, se la mia presenza non è utile al film, preferisco lasciare stare.

Vinicio MarchioniCon che regista vorresti lavorare?

In Italia un regista che adoro sopra ogni cosa è Giuseppe Tornatore. Credo poi che Paolo Sorrentino e Matteo Garrone siano due geni assoluti, e mi piace anche Nanni Moretti. Per fortuna ci sono molti bravi registi.

Perché hai voluto fare Un tram che si chiama desiderio?

In realtà non l’ho voluto fare io, mi ha chiamato Antonio Latella, e questa cosa mi ha riempito di orgoglio. Con Antonio avevo fatto solo tre giorni di laboratorio tre anni prima. Ovviamente appena mi propose Un tram che si chiama desiderio risposi immediatamente di sì. Trovo che Tennessee Williams sia stato uno dei più grandi drammaturghi al mondo e Latella aveva selezionato un gruppo di attori straordinari.

Secondo te quali sono le sorti del cinema italiano?

Io sono quel tipo di persona che vede sempre il bicchiere mezzo pieno. Nonostante il periodo di crisi in sala escono almeno tre o quattro opere che risultano ottime e questo significa che in Italia siamo proprio bravi.

Progetti futuri?

Inizio il 15 settembre un’opera prima di Fabio Venditti, un giornalista. Si chiamerà Socialmente pericolosi, come l’associazione culturale da lui fondata. La trama verte sull’amicizia tra lo stesso Venditti, che interpreterò io, e un camorrista, nata durante un’inchiesta sui suicidi all’interno del 41 bis. Il malavitoso ha scoperto di avere un tumore e Venditti gli ha fatto avere gli arresti domiciliari a casa sua, mettendo in crisi il rapporto con la famiglia. Penso possa essere un progetto interessante soprattutto per il tipo di taglio che avrà il film, dato che il regista proviene dal mondo del giornalismo. Poi in inverno riprenderò la seconda parte della tournée de La gatta sul tetto che scotta.

Rudy Ciligot

Ph. di Sergio Lorizio