John McEnroe – L’impero della perfezione, tennis e cinema a confronto: la recensione

John Mcenroe - L'Impero della Perfezione

John McEnroe – L’impero della perfezione (L’empire de la perfection) Francia, 2018 Regia Julien Faraut Distribuzione Wanted Cinema Durata 1h e 35′

In sala dal 6 maggio

L’OPINIONE – Avete presente la non corriva bio-pic Borg-McEnroe di Janus Metz Pedersen? Ebbene, volendo questo John McEnroe – L’impero della perfezione ne è quasi un proseguimento documentario e filosofico. Con la regia di Julien Faraut e la morbida voce narrante di Mathieu Amalric (in originale), il raffinato e stilizzato lungometraggio parte sulle tracce delle ricerche didattiche di Gil de Kermandek, cineasta e uomo di sport che ha cercato con una pignola raccolta di innumerevoli filmati nel corso degli anni di scoprire il segreto della perfezione dei gesti dei tennisti. Faraut di quella immensa raccolta ha scelto le riprese dedicate a John McEnroe e, sulla falsariga della pretesa scientifico-pedagogica del primo, ne ha in un certo senso messo in scena la sua confutazione. Perché è talmente imprevedibile il personaggio John McEnroe, talmente sfuggente a ogni tentativo di “addomesticamento”, che il ritratto del meraviglioso e terribile tennista smonta presto la ricerca/pretesa di una analisi quasi scientifica e finisce col diventare una riflessione sul talento, sull’intracciabilità di un carattere che diventava geniale quanto più si faceva rissoso, irascibile, autodistruttivo, un’anima ossessionata sin da piccolo dalla perfezione (in questo senso diremmo simile al “sogno” di de Kermedek).

“Il cinema mente, lo sport no” declama qui un Godard preso a prestito e il film di Faraut se ne appropria seguendo in crescendo le performances sportive e le bizze di McEnroe, dilungandosi tra la magia del colpo e “la follia” del tentativo di trovare un metodo, per soffermarsi sul finale su quello che è forse uno dei suoi match da leggenda, ovvero la finale del Roland Garros 1984 che lo vide sconfitto in 5 set proprio dalla sua “antitesi” Ivan Lendl. Ma non è solo un “discorso” sportivo agonistico, quello del film, altrimenti sarebbe giusto una eccentrica bio-pic. Le riflessioni qui riportate di Serge Daney (uno dei più grandi critici francesi, per anni faro dei Cahiers du Cinema) mettono arditamente in relazione il tennis (di McEnroe ma non solo) con l’arte del cinematografo, trovando sapidi e insospettabili fili rossi a unire. L’opera ha vinto al Pesaro Film Festival il premio per il miglior film, nonché quello della Giuria Studenti. Due premi meritatisismi, per un documentario che piacerà ovviamente innanzitutto agli amanti del tennis, ma speriamo non solo.