Johnny Depp alla Berlinale presenta Minamata, fan in delirio

L'attore porta a Berlino il film nel quale interpreta il fotografo americano W.Eugene Smith, autore di uno storico reportage per la rivista Life: "Il potere del cinema è quello di raccontare storie che non possono più essere ignorate"

Si è fatto aspettare, come ogni star che si rispetti, ma quando è finalmente apparso con un cappello a falde larghe e la sua aria un po’ stropicciata, ad accoglierlo c’erano le urla dei fan e, perché no, l’entusiasmo dei giornalisti. Parliamo di Johnny Depp, alla Berlinale per accompagnare il film di cui è protagonista e grande ispiratore, Minamata, che racconta del grande fotografo americano W.Eugene Smith autore nel 1971 di uno storico reportage per la rivista Life.

Invitato dalla giovane Aileen Mioko (destinata poi a diventare sua moglie) a Minamata, la località del Giappone che ha poi dato il nome alla celebre malattia, Eugene scoprì che a causa degli sversamenti di un’industria chimica, la Chisso Corporation, gran parte della popolazione era vittima di un atroce avvelenamento da mercurio che causava gravi deformazioni fisiche, totale disabilità e terribili sofferenze.

Il film diretto da Andrew Levitas racconta la progressiva presa di coscienza di Smith che, ormai sul viale del tramonto, prigioniero del suo stesso atteggiamento autodistruttivo, trovò una nuova ragione per vivere e combattere.

La realtà mostrata al mondo dalle foto del celebre reporter rivela un incubo senza fine, da momenti che ancora oggi la malattia di Minimata continua a mietere vittime. E vale la pena soffermarsi sui titoli di coda dove scorrono le immagini dei principali disastri ambientali e umanitari degli ultimi anni, tra cui figura anche l’avvelenamento da diossina a Seveso, in Italia.

«Sono rimasto estremamente affascinato dalla figura di Eugene Smith – racconta Johnny Depp alla Berlinale – dalle foto da lui scattate e da quello che ha vissuto e sacrificato in nome di una causa. Ha fatto un lavoro monumentale per Minamata e per il mondo intero. Quando ho scoperto dell’esistenza di questa malattia sono rimasto scioccato, è davvero difficile credere che sia avvenuto qualcosa del genere, che i responsabili sapessero cosa stava accadendo alla popolazione, quotidianamente avvelenata dal mercurio. Posso solo immaginare quello che questa gente ha vissuto».

E continua: «La responsabilità politica degli artisti oggi è ancora più grande, il potere dei media e del cinema è proprio quello di raccontare storie che non possono più essere ignorate e aprire gli occhi della gente. Per me è un onore aver interpretato un personaggio come Smith. E sono felice che tutti nel film, dal regista agli attori fino all’ultimo della troupe, abbiano dimostrato una straordinaria dedizione a questo progetto. Tra i simboli Ching ce n’è uno bellissimo che simboleggia il potere del piccolo.  I piccoli siamo noi e siamo chiamati a sconfiggere i grandi problemi giorno per giorno, a piccoli colpi di piccone».

Al via il Festival di Berlino 2020, cosa c’è da sapere sulla Berlinale