Joker, Joaquin Phoenix straordinario e mostruoso

Jocker

Come era Joker prima di diventare Joker? Era Arthur, clown “in affitto” con trascorsi psichiatrici e una tendenza a subire insulti e prepotenze. In una Gotham City in cui si sovrappongono segni e cascami di ogni decennio del ‘900 (difficile situare la vicenda temporalmente), immondizia e disperazione hanno invaso e pervaso le periferie. È una polveriera pronta ad esplodere e lo farà insieme all’angariato psicopatico.

Nell’appartamento sordido in cui sopravvive, il futuro Joker accudisce la madre sciroccata che manda lettere con richieste d’aiuto al magnate Thomas Wayne (occhio al cognome!), spietato conservatore, candidato sindaco, che ha tracciato una linea netta tra i pochi ricchi da sostenere e i tanti “pagliacci che abitano le periferie”. Per sé Arthur sogna un futuro da comico di stand-up comedy, con magari con eventuale apoteosi da Murray Franklin, star di un programma di intrattenimento televisivo (come Larry King o Jay Leno per intendersi). Intanto coltiva pulsioni suicide: «Spero che la mia morte abbia più senso che la mia vita». Invece lo troverà un senso per vivere, oh se lo troverà! Grazie a una pistola, un invito allo show e una rivolta di desperados per le strade.

Non è un comic movie o un action con strabilianti effetti speciali, questo straordinario (diciamolo subito) film di un regista, Todd Philips, sino a ora conosciuto come autore di commedie al confine del demenziale (Parto col folle, Una notte da leoni). È un noir, anzi un dark noir, la progressiva presa di esaltata consapevolezza di una mente allucinata e folle, un’anima contorta che da martirio a martirio, rinascerà come il più anarchico e maligno dei super-cattivi, il futuro anti-Batman (che qui non c’è, o meglio….) per antonomasia.

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Si colgono suggestioni cinematografiche – da V per vendetta, Re per una notte (con De Niro conduttore finto “easy” quasi in ruolo contrappasso), La notte del giudizio, Taxi Driver – ma soprattutto assistiamo a una performance straordinaria di Joaquim Phoenix. Voce duttile e spezzata, espressione survoltata e deformata dal dolore («credevo che la mia vita fosse una tragedia, ma è solo una fottuta commedia!»), la risata squillante e patologica quasi sempre fuori contesto, ma soprattutto corpo smagrito che trova nello spazio dell’inquadratura posture inquietanti, ora di animalesca fissità, ora di marionetta impazzita, ora di ballerino dall’assurda e parodistica leggerezza. Una interpretazione “mostruosa”, in un film che magari divertirà e intratterrà i più, ma che contiene in sé anche una neanche tanto sotterranea carica eversiva e disturbante, una rabbia di popolo da “adesso basta!”, come in certi film oltre i generi che adoravamo tra i ’60 e i ’70.

La fotogallery da Venezia76: