“KUNG FU PANDA 3”: LA RECENSIONE

Kung Fu Panda 3, Usa/Cina, 2016 Regia Jennifer Yuh e Alessandro Carloni Interpreti (voci) Fabio Volo, Eros Pagni, Paolo Marchese, Francesco Vairano, Francesca Fiorentini Distribuzione 20th Century Fox Durata 1h e 35′

In sala dal 17 marzo

Mentre Po si cimenta nel ruolo di insegnante di Kung Fu con risultati, diciamo, discutibili, bussa alla porta Li Shan, suo padre biologico. I due, ritrovandosi dopo una vita e insieme al ”clandestino” Mr. Ping, il padre adottivo, si mettono in cammino verso il villaggio sperduto dei panda, terra natia di Po, dove qui tenterà di dominare il suo Chi, che gli permetterà così di sconfiggere la minaccia di Kai, Signore della Guerra fuggito dal Regno degli Spiriti.

Squadra (cinematografica) che vince non si cambia. Anzi, si amplia, si migliora, si fa crescere, l’uno al fianco dell’altro, come una grande e colorata famiglia. Infatti, dietro l’aspetto nobilissimo della sceneggiatura di Kung Fu Panda 3, l’ultimo capitolo della riuscita saga targata DreamWorks Animation con il mitico Po (il primo film, uscito nel 2008, è il lungometraggio DreamWorks ”non sequel” con l’incasso più alto), diretto a quattro mani dall’asiatica Jennifer Yuh e dal ”nostro” Alessandro Carloni (già story artist dei precedenti capitoli), ritroviamo la cornice magica della cultura cinese, dove si mischiano colori, profonda saggezza e millenaria storia, tutto accelerato da una grafica minuziosa (che ama mischiare qua e là disegni tridimensionali ad animazioni ”classiche”), dalla sempre maestosa musica di Hans Zimmer e dalle risate che non può non scatenare quel morbido e pigrissimo panda; risate alternate a momenti di empatia, in cui Po per la prima volta sfoglia – non senza dolore – le pagine del suo passato. E, per l’appunto, il film fa letteralmente maturare gli occhioni dolci del protagonista mettendolo davanti alla sfida più grande: prendere coscienza di chi lui sia, quali siano le proprie radici e, soprattutto, lo mette in relazione (con la consapevolezza che fa da traino) con una famiglia divenuta più grande (in tutti i sensi!) e, dunque, ancor più carica d’amore. Ovviamente il tutto filtrato con un linguaggio semplice, per tutti, ma pur sempre capace di andare dritto dritto al punto, senza giri di parole inutili e ridondanti. Dunque, modi semplici ma potenti. Perché Po sceglie di aprirsi, di condividere, di accettare e di prendere dai suoi amici e dai suoi due (entrambi fondamentali) papà la forza necessaria per armonizzare il cammino suo e di chi può chiamare famiglia, che abbia le sembianze di un panda, di un’oca o di una tigre. Sarà pure un ”cartone animato”, ma il cuore batte forte forte.

Damiano Panattoni