“LA CORTE”: LA RECENSIONE

L’hermine, Francia, 2015 Regia Christian Vincent Interpreti Fabrice Luchini, Sidse Babett Knudsen, Eva Lallier Distribuzione Academy Two Durata 1h e 38′

Michel Racine è il temuto Presidente di una corte d’assise, molto severo con se stesso e con gli altri, soprannominato “il giudice a due cifre” perché le sue condanne non sono mai inferiori a dieci anni. Ma ogni cosa viene sconvolta dalla comparsa di una donna, Ditte Lorensen-Coteret, che fa parte della giuria in un processo per omicidio. Sei anni prima Racine si era innamorato di lei, quasi in segreto, e lei è l’unica donna che abbia mai amato.

Premiato a Venezia per la sceneggiatura e l’interpretazione dell’istrionico Fabrice Luchini, che entra in tribunale come se facesse la sua comparsa sulle assi di un palcoscenico (con l’attore il regista aveva lavorato 25 anni fa ne La timida), La corte trasforma l’aula di giustizia in un teatro dove l’austero presidente Racine (d’altra parte, con un cognome così….), tirannico sovrano nel regno della parola, recita la sua parte con la speranza di lasciare un segno soprattutto in Ditte, che non ha mai smesso di amare. Nel costruire il personaggio della donna che Racine si è trovato un giorno accanto dopo un incidente, Vincent ha pensato alle eroine di John Ford e alla Christine de La regola del gioco di Jean Renoir.
Il processo a un uomo accusato di aver ucciso la figlioletta di sei mesi resta sullo sfondo, in primo piano c’è l’insolita storia d’amore dell’imperturbabile uomo con l’ermellino, ossessionato da un’emozione segreta, ma capace di non perdere mai il controllo, la solennità del proprio ruolo. Allo spettatore non resta che godesti lo spettacolo di Luchini, eloquente anche con un semplice sguardo, capace di scivolare dal dramma alla commedia e viceversa, di arricchire la storia di dettagli e sfumature, pronto a cedere, lui così determinato e inflessibili, alle più semplici ragioni del cuore.

Alessandra De Luca