La mia banda suona il pop, omaggio alle reunion dei gruppi anni ’80. La recensione

Al cinema dal 20 febbraio il film di Fausto Brizzi con Christian De Sica, Massimo Ghini, Paolo Rossi, Angela Finocchiaro e Diego Abatantuono

Al cinema dal 20 febbraio, “La mia banda suona il pop”, la nuova commedia di Fausto Brizzi con Christian De Sica, Massimo Ghini, Paolo Rossi, Angela Finocchiaro e Diego Abatantuono. La recensione:

Il magnate russo Vladimir Ivanov dalla sospetta mega-fortuna è un super collezionista dei memorabilia degli anni ’80 e per il suo compleanno una magnifica idea gli ronza per la testa: far suonare alla faraonica festa nientemeno che il suo gruppo italiano favorito, i Popcorn, autori di qualche successone e poi svaniti nel nulla nel 1984. Ma come recuperarli? Incarica l’algida Olga di rivolgersi al manager del tempo Franco Masiero che per una considerevole cifra (100mila euro solo di acconto!) rintraccia i quattro che, manco a dirlo, sono dei poveracci malandati che vivono di espedienti. Ma in ballo non c’è solo una problematica reunion…

Si chiamano Tony (De Sica), Lucky (Ghini), Jerry (Rossi) e Micky (Finocchiaro) e sono ridotti come solo nei peggiori incubi dei cantanti pop potrebbero essere, malandati (“Che ti è successo? Malattia genetica?” è il saluto a Lucky), incattiviti, incialtroniti, alcolizzati. E anche il loro manager con la gambina maledetta (Abatantuono recupera un tipo che aveva “usato” nel lontano I cammelli di Giuseppe Bertolucci) non è da meno. Eppure questi “mostri”, già al tempo simil “Abba de noantri”, tra un litigio (l’adesso svampita Micky era una dai costumi molto più “anni ’70” e il cornutissimo marito Jerry oltre a divorziare aveva fatto esplodere il complesso, ferita mai rimarginata) e una botta di affetto ritroveranno (forse) il guizzo di una volta, anzi “de più”: “non siete più una banda musicale, ma una banda criminale”.

Molto cinepanettone di san Biagio e qualche civettuola pretesa da giallo rosa, La mia banda suona il pop è un clamoroso misto di “vorrei ma non posso”, senza quella cattiveria (che i grandi della commedia sapevano immettere) necessaria; una commedia farsesca con punte di felice humour e divertenti strizzatine d’occhio acide quando può riferirsi all’universo pop di quegli anni (“Rispetto a te Romina Power è Albano”, “Al festival dell’Unità, una volta salvai Scialpi dagli spettatori che volevano picchiarlo, peraltro giustamente”).

La sceneggiatura è difficile definirla tale, è tenuta insieme solo dalla caratterizzazione dei tipi, talmente grottesca che viene voglia di seguire il film comunque, per vedere cosa succede. Peraltro i magnifici cinque (vabbè) ci danno dentro con un piacere che rasenta la voluttà (e anche il “cupio dissolvi”) e tra make up “oltre” e battute funzionano, così come l’efficienza professionale di Rinat Khismatouline, infantile, cialtrone e pericoloso come noi immaginiamo i boss russi di oggi possano essere. Riprese tra Praga e San Pietroburgo, produzione di Luca Barbareschi e due deliziosi brani “scemetti”, composti dal veterano Zambrini, che più orecchiabili non si può: come dice il regista Fausto Brizzi (Notte prima degli esami, Maschi contro femmine) “sono il vero jolly del film, due evergreen immaginarie, con i ritornelli che più “Umberto Tozzi” di così si muore”.

Voto: 2 stelle e mezzo