La profezia dell’Armadillo, Emanuele Scaringi: “Con Zerocalcare racconto la periferia e una generazione senza voce”

La Profezia dell'Armadillo
La profezia dell'armadillo

Dal 13 settembre arriva in sala La profezia dell’Armadillo. L’atteso adattamento cinematografico dell’omonimo graphic novel firmato da Zerocalcare. La storia ruota attorno a Zero, un 27enne che vive nel quartiere periferico di Rebibbia, più precisamente nella Tiburtina Valley. Il ragazzo è un disegnatore, ma non avendo un lavoro fisso si arrabatta tra tanti piccoli impieghi. La sua vita scorre sempre uguale, ma una volta tornato a casa, lo aspettano la sua coscienza critica, un Armadillo in placche e tessuti molli, e l’amico d’infanzia Secco. Per Zero tutto cambia quado arriva la notizia della morte di Camille, una compagna di scuola e suo amore adolescenziale mai dichiarato. Presentato nella sezione Orizzonti alla 75esima Mostra del cinema di Venezia, il film vede come protagonisti Simone Liberati, Valerio Aprea, Pietro Castellitto e Laura Morante. Abbiamo incontrato il regista Emanuele Scaringi per farci raccontare alcuni dettagli inediti su La profezia dell’Armadillo.

Emanuele hai lavorato sia con Gipi che con Zerocalcare. Come ti sei trovato in questo derby del fumetto?
Ho collaborato con Gipi per la sua opera prima, L’ultimo terrestre. Ero uno dei produttori esecutivi. Ho imparato sul campo ed è stata una grande esperienza. Mentre per La profezia dell’Armadillo ho iniziato a lavorare quando la sceneggiatura era già stata scritta da Zerocalcare, Valerio Mastandrea, Oscar Glioti e Pietro Martinelli. Insieme ci siamo confrontati perché è difficile adattare un fumetto per il cinema, in particolare poi per questo graphic novel dedicato a dei supereroi del quotidiano. Io sono cresciuto nella Tiburtina Valley, ho molti amici che vivono lì e affrotano gli stessi problemi di Zero, perciò conosco molto bene quella realtà.

Ti sei rispecchiato nel protagonista?
Assolutamente sì. È il motivo per cui mi piaceva la storia raccontata da Zerocalcare. Adoro il modo in cui descrive senza retorica la periferia, che è una grande protagonista anche nel film. È Roma, metropolitana e multiculturale, ma potrebbe essere una qualsiasi altra città nel mondo. Zerocalcare si focalizza sulle persone che ci vivono appartenenti a classe sociali tutte differenti.

Zerocalcare ha una visione e uno stile molto precisi. È stato difficile trovare il modo di esprimere anche la tua voce?
Abbiamo collaborato molto sia per il cast che per le scenografie. Ad esempio, le locandine che vediamo nella casa di Zero appartengono proprio a Zerocalcare. In alcuni momenti ho cercato di rendergli omaggio, girando alcune scene che fossero fedeli a quelle realizzate da lui nel graphic novel. Non volevamo però essere troppo ancorati al fumetto, perciò abbiamo voluto trasmettere le atmosfere e la realtà dei protagonisti. Ad esempio, i personaggi sono incastrati negli anni ’90, quindi li abbiamo caratterizzati con colori grunge mentre tutto intorno a loro è colorato e luminoso.

Pensi di aver fatto un film generazionale?
Mi spaventa la categoria dei “film generazionali” perché si rischia di finire in un calderone che fa sparire le persone. E poi come dice Zerocalcare, i trentenni sono come i totem, non esistono più. Se uno pensa ai 30enni di 10 anni fa, ha in mente i protagonisti de L’ultimo bacio: erano tutti in carriera, con famiglia a carico e la sindrome di Peter Pan. Oggi invece i trentenni sono trattati come ragazzini mentre dovrebbero avere la loro voce.