La Vita Straordinaria di David Copperfield: la recensione

Il film uscirà nelle sale il 16 ottobre

Nato da famiglia bene, ma rimasto orfano di padre, con madre giovanissima e passiva e tanto di patrigno crudele, David Copperfield toccherà nella sua tumultuosa infanzia e giovinezza gli abissi dell’estrema miseria nella Londra travolta dalla Rivoluzione Industriale e le vette del benessere e dell’amore. Fortunatamente per lui, tra i tanti personaggi orribili che incrocia, stringerà affetto e amicizia per una corte di tipi stravaganti o generosi, anime delicate e bizzarri spiantati, in una pittoresca commedia umana sino alla tranquilla felicità della maturità.

David Copperfield è un romanzo talmente denso che quel che contiene potrebbe tranquillamente riempire tanti altri romanzi. L’effervescente Armando Iannucci (scozzese di nascita, sceneggiatore e regista: bello e acido il suo Morto Stalin, se ne fa un altro,  del 2017), a differenza di tante versioni su schermo più (o meno?) ossequiose (tra le più note quella splendida del 1935 di Cukor con W.C. Fields mirabile Micawber e la miniserie del 1999 con il giovanissimo Daniel Radcliffe), usa il megaromanzo (uscì a puntate tra 1849 e 1850) di Charles Dickens come un canovaccio su cui variare, in una esecuzione del tutto arbitraria e pirotecnica. Ovvero, facendo praticamente narrare allo stesso protagonista in un teatro la sua vicenda e poi sciando agilmente tra le stazioni della trama, magari pepando e soffermandosi su quelle movimentate, allegre e vitali, e sbrigandosela con artifizi narrativi e stilistici su quelle più patetiche e tragiche (anzi qualcuna la taglia via proprio). Brio e gag stilistico-narrative sono la base e il risultato di una messa in scena tanto scientemente stravagante quanto “teatralmente” accurata nella sua ricerca della “macchineria”.

Stravagante lo è ad esempio non curandosi assolutamente (e questo è sorprendente e quando ci si abitua di bell’effetto) della “aderenza etnica” dei personaggi. Il protagonista è interpretato dall’indiano (di origine) Dev Patel, la sua amica, confidente e “destino” dalla colored  Rosalind Eleazar, Agnes, che qui è figlia dell’orientale Benedict Wong, e così via. Sull’ala della ricerca ammiccante della gag visiva, l’autore usa teatro, figurine disegnate, comiche del muto, proiezioni sulla parete, quinte di stoffa che si aprono all’accadere della vicenda. La velocità ha sempre la meglio sul decantare delle situazioni psicologiche o melodrammatiche (meglio evitare considerazioni sul attempato sentimentalismo della storia), a costo di fare del protagonista un maratoneta sempre affannato dietro al correre degli eventi. Il cast è numerosissimo e recita su indicazione, cioè calcando i toni, tranne curiosamente l’Uriah Heep di Ben Whishaw, meno schifosamente untuoso del prevedibile. Comunque sapide le performances di Hugh Laurie nel balengo e delizioso Mr Dick e di Tilda Swinton nella quasi altrettanto bizzarra zia di David, Miss Trotwood.

Gli inglesi che maneggiano Dickens come noi Collodi lo hanno apprezzato più che abbastanza, con tanti premi ai British Independent Film Award (Sceneggatura, a Laurie, alla direzione del casting, alle notevoli scenografie e ai stravaganti costumi), noi forse un po’ meno, con questa prevaricante sottolineatura dell’artificio che un po’ soffoca l’empatia e il pathos. Ma, di questi tempi, così avercene, come suol dirsi!

VOTO: ★★★