Le nostre battaglie, l’epopea quotidiana di un marito abbandonato e precario è da applausi

Belgio/Francia, 2018 Regia Guillaume Senez Interpreti Romain Duris, Lucie Debay, Lætitia Dosch, Laure Calamy, Sarah Le Picard, Basile Grunberger, Kris Cuppens, Lena Girard Voss, Cedric Vieira Distribuzione Parthénos Durata 1h e 38′

Al cinema dal 7 febbraio 2019

LA STORIA – Le nostre battaglie, ovvero: la vita quotidiana oggi. Olivier Vallet è caporeparto sindacalizzato (cioè sta per iscriversi) in una ditta dove ogni giorno piccoli grandi soprusi e ingiustizie amareggiano il sangue (da licenziamenti spietati a divieti ridicoli: “se non vi va potete trovare un altro posto. Anche fuori fa freddo. Non so se mi capisci”). In più, in casa, quando la moglie Laura, per una crisi covata evidentemente in silenzio da tempo, scappa senza lasciare traccia e abbandonando anche i figli Basile e Rose sin lì amorosamente cresciuti, si apre un altro fronte. Ogni giorno porta la sua pena, la sua battaglia. Come riuscirà Olivier a prendersi cura dei bambini, a curare le loro paure e contemporaneamente svolgere il suo ruolo in fabbrica, senza venir meno ai propri valori?

L’OPINIONE – Nelle pieghe del cinema franco-belga, tra commedie finto scorrette e polizieschi nero-amari, resiste un filone, davvero battagliero, che cerca di raccontare la realtà sociale e la difficoltà della gente comune a sopravvivere con decoro nell’orizzonte del precariato. Lo ha fatto recentemente in Francia Brizé con In guerra e prima di lui Cantet in Risorse umane e A tempo pieno, e tra Fiandre e Vallonia è sempre forte la lezione dei Dardenne. Le nostre battaglie (il plurale è significativo) di Guillaume Senez (film precedente: Keeper) si inserisce in questo filone verista drammatico sociale, che fa della sua capacità di raccontare con estremo pudore e precisione formale un disastro esistenziale che farebbe esplodere lo strazio sino al melodramma incontrollato.

Il belga Senez invece commuove senza mai calcare la mano, seguendo i disagi e il dolore di ognuno con la medesima partecipazione, dando a tutti i personaggi la dignità dell’esser figli di questo mondo e gestendo anche i momenti più emotivi con delicatezza di tocco (dai figli che ricordano la madre annusando i suoi vestiti alle ricerche affannose di un marito/padre che non si capacita, alla tenera e struggente scritta finale sul muro).

Romain Duris è attore affermatissimo ed eclettico (da Gadjo dilo che lo ha rivelato a Le avventure galanti del giovane Molière, da La schiuma dei giorni a Tutti i soldi del mondo), qui si cala in maniera totale e prodigiosa nei panni di un marito e padre abbandonato, di un operaio con coscienza di classe mentre tutti sembrano scivolar via nel proprio privato, di persona che soffre senza danneggiare gli altri, che sembra aver vissuto sulla propria pelle quello che capita a Olivier Vallet, in una prova di grande valore civile oltre che artistica. Il film, dopo essere stato presentato a Cannes alla Semaine de la Critique, ha vinto il Premio del Pubblico all’ultimo festival di Torino e ha ottenuto due candidature ai César, per l’attore (Duris) e per il miglior film straniero (la produzione è anche belga).