L’INFERNALE QUINLAN

Senza Charlton Heston oggi non avremmo la possibilità di vedere L’infernale Quinlan. Il futuro Ben Hur firmò infatti convinto di recitare sotto la direzione di Orson Welles e non accanto a lui come intendeva il produttore Albert Zugsmith.

La star hollywoodiana allora si impuntò e ottenne che finalmente il titano dalla travagliatissima carriera potesse dirigere ancora in America, rientratovi da pochi anni dopo un lungo peregrinare in Europa, tra avventure registiche epiche, vedi le vicissitudini di Otello e Rapporto confidenziale. Così al genio ribelle allora ultraquarantenne venne affidato un progetto da un pulp di Whit Masterson, Badge of Evil, pubblicato in Italia nella collana dei Gialli Mondadori con il titolo di Contro tutti. E lui lo trasformò radicalmente in qualcosa di suo e di speciale. La storia è quella delle indagini su un attentato dinamitardo in una zona di confine tra Messico e USA, in cui vengono coinvolti il funzionario di polizia messicano Mike Vargas lì in luna di miele (Heston con Janet Leigh) che già si era inimicato il boss Joe Grandi (Akim Tamiroff) e il detective americano Hank Quinlan (Welles). Il primo non tarda a capire che il secondo usa metodi molto scorretti per assicurarsi un colpevole. Il contrasto degenererà in una lotta a colpi bassi, in cui Quinlan cerca di screditare Vargas facendo rapire e drogare la moglie per poi coinvolgerla addirittura nell’omicidio di Grandi (compiuto da lui).

Da un banale noir, Welles trasse un cult. Come? Innanzitutto esasperando il materiale. Trattò come una tragedia classica il conflitto morale tra due modi opposti di intendere la legge (quella disonesta, egotica di Quinlan e quella ortodossa e democratica del messicano Vargas, in un ironico e scioccante rovesciamento ideologico); truccò i personaggi in un gioco personale, facendo dello yankee Heston un ispanico con capelli neri e baffoni, dell’amica Marlene Dietrich la cinica e bistrata chiromante ex prostituta (e amante di Quinlan) Tana, imponendo a Tamiroff un parrucchino e soprattutto abbrutendo se stesso. Così Hank Quinlan diventò uno dei suoi caratteri migliori e uno dei cattivi più memorabili dello schermo: si ingrassò, si invecchiò di anni, si applicò un naso posticcio e recitò con la barba mal rasata, succhiando rumorosamente caramelle (da ex alcolizzato), zoppicando col bastone e circondandosi di una corte di leccapiedi.

Il regista lo descriverà così sui Cahiers du cinema: «Quinlan? Direi che è l’incarnazione di tutto ciò contro cui lotto, politicamente e moralmente parlando (…) ma mi piace perché gli ho attribuito anche qualcosa d’altro: il fatto di aver saputo amare (…), di avere un cuore. Ma ciò in cui crede è detestabile». Un personaggio più grande dello schermo e di ogni riserva, un istrione diabolico e immorale che è anche un magnifico detective (il tipo che lui prova a incastrare si rivelerà il vero colpevole). E quando morirà, il migliore epitaffio toccherà alla sua ex amante, Tana: «A modo suo era un grand’uomo». Tutto questo servito da una forma straordinaria. Il piano sequenza iniziale è probabilmente il più citato della storia del cinema. E poi il regista fece usare al direttore della fotografia, Russell Metty, un obbiettivo a focale corta, il 18,5 mm, trovando effetti di profondità di campo particolari ed estremamente espressivi.

Naturalmente, trattandosi di Welles, non poteva filare tutto liscio. Dopo le riprese, il film fu manipolato dalla Universal, che lo tagliò e vi aggiunse alcune scene girate da Harry Keller. Ne uscì una versione di 95 minuti distribuita nelle sale di serie B e travolta da malinconico insuccesso, salvo poi rivivere nel mondo e di rimbalzo in patria come quel capolavoro che è. Nel 1976 fu edita una versione estesa con l’aggiunta del materiale girato dall’autore fino a toccare i 108 minuti e finalmente nel 1998 uscì il Director’s Cut di 112 minuti. Concludiamo con le parole del critico americano Danny Peary: «Lo sceneggiatore Welles ha preso la storia più squallida possibile, con personaggi e ambientazioni infime, droga, sesso, corruzione, omicidi, razzismo. Il regista Welles ha enfatizzato gli elementi di squallore ma li ha filmati come un artista, utilizzando alcune delle soluzioni visive più audaci della sua carriera. Il risultato? L’infernale Quinlan è un capolavoro». Meglio di così, dire non si potrebbe.