L’INTERVISTA: DAMIEN CHAZELLE, IL REGISTA DI “LA LA LAND”

La musica, il jazz, Emma Stone e Los Angeles: Damien Chazelle racconta il sogno di La La Land

Dopo i tre Oscar vinti da Whiplash e le quattordici nomination raccolte da La La Land ormai Damien Chazelle è praticamente diventato il nuovo re di Hollywood, l’uomo che tutti gli Studios vogliono scritturare anche se, proprio in La La Land, Los Angeles viene definita senza molti giri di parole come «la città che venera ogni cosa e non dà valore a nulla, esattamente», conclude la frase lui. «Quella è una frase finita nella sceneggiatura e suggerita proprio da Ryan Gosling: entrambi amiamo la vecchia Hollywood. Io sono per metà francese, quando sono in America mi manca il senso della storia, che in Europa è tanto importante. Ma la verità è che Los Angeles devi esplorarla, conoscerla, per poterla apprezzare. Ci sono voluti anni anche a me per riuscire a cogliere la magia della città».

Ma si paga un prezzo per i sogni che si avverano?

La storia di Los Angeles è anche quella di chi non riesce a vedere avverati i propri sogni, sicuramente è inevitabile. Sta proprio qui la differenza tra la vita vera e i musical. Con La La Land volevo cercare di unire il musical – che da sempre viola le regole del reale – e la realtà, dove le coppie spesso non restano unite per tutta la vita. E alla fine del film vediamo come sarebbero potute andare le cose tra Mia e Sebastian, proprio per ribadire la differenza tra realtà e musical. Ma quella lunga scena, lo ammetto, è anche un pretesto per un grande sogno finale, senza dialoghi, solo colori e musica. Mi chiedo però perché abbiamo smesso di raccontare queste storie a Hollywood…

Lei ha ricominciato però.

Perché ho cercato di realizzare quello che non vedo intorno a me, quello che vorrei vedere al cinema. In altre parole ho fatto questo film perché non ci sono tanti film così. Spero che il pubblico abbia i miei stessi bisogni. La musica resta a lungo con lo spettatore dopo i titoli di coda di La La Land, merito del mio vecchio amico Justin Hurwitz. A diciotto anni abbiamo messo su una rock band, io sognavo di fare film, lui di scrivere colonne sonore per il cinema e da allora lavoriamo insieme. Parliamo la stessa lingua, mentre io scrivo la sceneggiatura lui già compone la musica.

Com’è nata Audition (The Fools Who Dream), in cui Emma Stone canta la storia della zia?

Volevo usare un solo movimento di macchina, così che non ci fosse doppiaggio o montaggio dietro i quali nascondersi. Così si comincia con un dialogo che poi, gradualmente, diventa canto e torna dialogo. Una scena diametralmente opposta invece è quella dell’incipit del film sulla California Highway Patrol invece è nato in modo diverso, era una scena tecnicamente molto difficile, girata sulla rampa di un’autostrada. Abbiamo fatto le prove in un parcheggio, ma poi però una volta arrivatisulla rampa era tutto diverso, faceva caldissimo, le macchine erano roventi. Agli spettatori al cinema fortunatamente ora arriva solo un’ondata di gioia, ma non è stato semplice.

Che tipo di regista è sul set?

Uno che arriva sul set con le idee chiare, ma cerca di restare flessibile perché poi c’è la vita vera che irrompe con gli attori e la troupe. Per quanto sia preparato però, l’imprevedibile è sempre dietro l’angolo.

Dovesse scegliere: musical o jazz?

Sono due delle mie passioni: sono cresciuto guardando vecchi film in televisione e ho a lungo suonato jazz da ragazzo. Mettiamola così: amo i musical che il jazz ha influenzato nelle danze e nei movimenti di macchina.

Alessandra De Luca