Lo spietato, Riccardo Scamarcio è un gangster nella Milano da bere

The Ruthless/Lo Spietato

Un gangster in cerca di ricchezza, potere e riconoscimento sociale nella Milano da bere degli anni Ottanta: è Riccardo Scamarcio ne Lo spietato di Renato De Maria, il film Netflix prodotto da Bibi Film con Rai Cinema che esce al cinema l’8, 9 e 10 aprile e in streaming dal 19 aprile

Manager calibro 9 lo aveva letto negli anni Novanta, quando era ancora troppo presto per raccontare il decennio precedente. Quando poi lo ha ripreso in mano lavorando al documentario Italian gangster, che si fermava però agli anni Settanta, Renato De Maria ha deciso che era arrivato il momento per farne un film. Lo spietato, prodotto da Matilde e Angelo Barbagallo per Bibi Film con Rai Cinema, sarà al cinema l’8, 9 e 10 aprile e su Netflix dal 19 aprile. Ed è anche sulla speciale doppia cover di Ciak in edicola!

Cosa l’ha colpita del libro?

Il flusso di memorie di questo malavitoso che suggerivano un tono scanzonato e un approccio diverso da qualunque altro racconto criminale. Ho intravisto dunque la possibilità di costruire una gangster comedy, raccontando ascesa e caduta di un personaggio che assomiglia a quello di una tragedia greca.

Con Lo spietato dimostra ancora una volta il suo amore per il genere. Da cosa nasce?

Da una passione adolescenziale per il fumetto, i gialli, la fantascienza, i romanzi di Hammett, Chandler, Leonard, Bunker. Una passione letteraria unita a quella cinematografica: penso ai film di Scorsese e De Palma, ma anche a Serpico.

Chi è Santo Russo?

Un calabrese underdog, un reietto ai margini della stessa ‘ndrangheta, trasferitosi da Pelio a Buccinasco. Russo non vuole conquistare la società civile, ma i salotti vicino alla Madonnina, riscattarsi dalla propria emarginazione e vivere al centro della scena tra modelle, intellettuali e artisti, Nel film racconto la sua schizofrenia: da una parte la violenza, la “calabresite”, la vita in famiglia, dall’altra le ambizioni di uno yuppie tra Rolex, automobili di lusso e Sole 24 Ore. Lui si crede un imprenditore e un mecenate.

Raccontare i gangster significa riflettere sulla società in cui si muovono.

Il genere è sempre l’occasione per un racconto sociale, anche per i non “autori”. Con Lo spietato parlo dei meridionali al Nord negli anni Settanta, dell’hinterland, delle periferie, dell’ebbrezza degli anni Ottanta a Milano. Lavorando al film con Riccardo non abbiamo incontrato malavitosi, ma abbiamo pensato ai nostri padri, alla vita in provincia, a quelli che abbiamo conosciuto al bar da ragazzi.

Lo spietato è un film sugli anni Ottanta, quando un pestaggio vero diventava performance.

Milano in quel momento era un punto di riferimento per il mondo: dopo gli anni bui del terrorismo, caratterizzati dal fallimento delle ideologie, l’Italia improvvisamente si risvegliava, il boom economico era guidato dalla moda, con Armani e Versace in testa. Torna la voglia di vivere, di ballare disco music, di indossare abiti eleganti, colorati e pop. La scena del pestaggio dell’artista riassume lo spirito dei salotti milanesi, tra ricchezza, avanguardia, e malavita, che in quegli anni si infiltrava nella società civile, nell’economia buona. Sulla ricostruzione di arredi e costumi siamo stati rigorosissimi, ci abbiamo lavorato per tre anni visitando tra gli altri gli archivi delle maison Armani e Versace.

The Ruthless/Lo Spietato

Quello tra crime e commedia è un equilibrio difficile. È ancora possibile divertire con personaggi così brutali?

Nonostante il film parta da fatti realmente accaduti, il personaggio di Santo è iscritto nell’immaginario cinematografico con cui tutto il mondo è cresciuto. Il gangster del film non è più un personaggio reale, ma figlio di tutti i precedenti malavitosi del grande schermo. Non a caso ho cambiato i nomi di tutti, per liberarmi dal dato cronachistico e mettere in scena anche il mio amore per il genere, i B-movie italiani, il cinema indipendente americano. C’è sempre qualcosa di universale nella parabola di un uomo che non ha nulla, conquista tutto e perde tutto.

Scamarcio dice che ha dovuto pregarla per ottenere la parte.

Che scemo! Ho scritto il primo trattamento pensando proprio a lui, ma nessuno di noi sapeva che sarebbero passati quattro anni. Nel frattempo lui ha cominciato a lavorare molto all’estero e io l’ho perso di vista. Allora ho pensato a un altro attore, ma quando sono andato a trovare mia moglie Isabella sul set di Cosa fai a Capodanno?, dove Riccardo fa un piccolo ruolo, ci siamo rincontrati, abbiamo parlato del film tutta la notte, lui ha letto la sceneggiatura, ascoltato le mie reference – Goodfellas che incontra The Wolf of Wall Street e Scola – e ha accettato. Credo che la sua performance sia strepitosa.

Il protagonista è diviso tra due modelli femminili contrapposti.

Si, la moglie Mariangela, remissiva e devota, appena citata nel libro, e Annabelle, che sintetizza le diverse amanti di Santo. La prima è interpretata da Sara Serraiocco, la nostra Natalie Portman, che ha imparato il calabrese e si è trasformata per ben quattro volte. La seconda invece, la classica pupa del gangster, è affidata a Marie-Ange Casta, bellissima, generosa, umanamente molto ricca.

Lo spietato è un film originale Netflix. Le dispiace che arrivi nelle sale solo per tre giorni?

È uno shock culturale, lo ammetto, speravo di riuscire ad andare a un festival, ma queste sono le regole, prendere o lasciare. Quando cominci a lavorare con Netflix ti accorgi però della grande visibilità per un film che arriverà in 120 paesi. Hanno amato la sceneggiatura, lavorano con molta serietà e garantiscono all’artista la massima libertà. In futuro si troveranno equilibri nuovi, fruiremo il cinema in maniera diversa, ma sono convinto che la sala non morirà mai.