Lontano lontano, Giorgio Colangeli: «Io, pensionato in fuga all’estero con Di Gregorio e Fantastichini»

credito foto Alessandro Pensini

Il desiderio di fuga all’estero può essere un sogno anche in terza età. Lo condividono i protagonisti di Lontano lontano, il nuovo film di Gianni Di Gregorio, al cinema dal 20 febbraio, su due pensionati e un sessantenne spiantato che programmano di trasferirsi da Roma alle isole Azzorre. I “tre moschettieri” pronti all’avventura sono il regista Di Gregorio, Ennio Fantastichini, nella sua ultima interpretazione, e Giorgio Colangeli, in un personaggio irresistibile, Giorgetto, uno romano schietto, campione dell’arte di arrangiarsi ma anche di solidarietà verso chi ha ancora di meno, come tanti immigrati. Lo scorso novembre lo abbiamo visto al cinema anche nel film A Tor Bella Monaca non piove mai di Marco Bocci, in un ruolo completamente diverso: «Un padre di famiglia, una persona onesta e caratterialmente mite, che però si arrabbia molto perché rimane vittima di un’ingiustizia e la legge non lo tutela a sufficienza. Una situazione che purtroppo accomuna molte persone». Il 27 febbraio, invece, sarà sugli schermi anche col film La Partita di Francesco Carnesecchi.

Colangeli, cosa l’ha conquistata quando ha letto la sceneggiatura di Lontano lontano?

Racconta una storia per niente vista al cinema, ma che coglie un dato reale: molti pensionati sono andati all’estero perché con le loro pensioni italiane lì si può vivere più agiatamente. È un tema d’attualità, ma il racconto ha un punto di vista inedito. E poi l’idea di lavorare con Gianni e con Ennio, noi, i tre moschettieri, mi attirava molto.

Conosceva già Gianni Di Gregorio?

Non lo conoscevo affatto, però abbiamo fraternizzato dal primo incontro. Siamo coetanei, a una certa età la rubrica dei ricordi copre gran parte della tua vita, e noi ne abbiamo parecchi in comune. Non sono di Trastevere come lui ma ci ho abitato a lungo, artisticamente sono nato in teatro lì. Mi ricordo una Trastevere differente, da rimpiangere: il film del resto è anche imbevuto di questa malinconica nostalgia di tempi non per forza migliori, ma certamente diversi.

Questo è l’ultimo film di Ennio Fantastichini. Fra di voi sullo schermo si coglie una grande complicità: eravate già amici?

Ennio lo conoscevo un po’, abbiamo girato insieme una scena importante nella fiction Il mostro di Firenze, e poi una volta abbiamo fatto un viaggio verso Milano lui, Alessandro Haber ed io. Ci volevano tre minuti a conoscerlo perché era espansivo, energico, anche aggressivo. Mi affascinava. Sul set c’è stata una grande intesa. Era un po’ più giovane, ma per me era come un fratello maggiore perché ha cominciato a fare l’attore prima ed ha avuto una carriera più precoce, varia e brillante. L’ho sempre ammirato, anche da spettatore. In Ferie d’agosto di Paolo Virzì, per esempio, faceva un personaggio spinosissimo che forse io mi sarei rifiutato di interpretare, e invece lui l’ha impersonato con grande umanità.

Anche la sua carriera, però, è stata varia e comprende una lunga esperienza esclusivamente teatrale…

Ho cominciato a 25 anni: dal 1974 all’81 ho lavorato al teatro didattico per bambini, un settore vitale in un periodo in cui anche il teatro tout court era molto ideologico. Il senso di appartenenza era fortissimo: rimane una cifra genetica per la gente che ha vissuto quegli anni. Sono entrato poi nel teatro che aveva più di trent’anni e per molto tempo ho fatto solo quello.

Pensava al cinema?

Mi piaceva, ma non avrei pensato di lavorarci. La vera popolarità però me l’ha data la fiction, soprattutto Braccialetti rossi e Tutto può succedere.