“LOVE & MERCY”: LA RECENSIONE

id. Usa, 2014 Regia Bill Pohlad Interpreti Paul Dano, John Cusack, Elizabeth Banks, Paul Giamatti, Jake Abel Distribuzione Adler Entertainment Durata 2h e 1′

In sala dal 

31 marzo

colpo di fulmineAnni ’80: un uomo tormentato, imbottito di psicofarmaci e in balia di un tutore dai modi screanzati e dispotici, il dr. Landy, conosce una venditrice di automobili, Melinda Ledbetter. Le loro anime si toccano. Lui è Brian Wilson, ovvero la mente creativa dei Beach Boys, ora affetto da schizofrenia e manie di persecuzione. Ma come ha fatto a ridursi così? Ripercorrendo la sua vita, il suo duello perdente con un padre cinico, violento e inutilmente severo, con una sfibrante tensione artistica a superare le formule standard della canzone di successo che lo consumerà sino al tracollo, scopriremo di quante lacrime, sudore e follia è lastricata la strada della leggenda.

Non iscriviamo Love and Mercy nella mera categoria dei rock-movie, sia pure tra quelli più riusciti. Lo è naturalmente -dopotutto si parla dei Beach Boys e della miglior musica che emozionò e accompagnò formidabili stagioni di cambiamento- ma è anche la toccante storia del recupero di una brillante mente persa nei propri fantasmi. Il titolo deriva da una canzone dello stesso Wilson (del suo primo lp da solista, del 1988) e la sceneggiatura (di Oren Moverman e Michael A. Lerner) si basa anche sulla autobiografia della star, ma il regista e produttore Bill Pohlad (alla sua seconda regia, dopo Old Explorers datato addirittura 1990) lo ha arricchito di idee e di una visualità tutte sue. Innanzitutto affidando a due dotatissimi interpreti il doppio ruolo di Wilson nel passato (Paul Dano) e nel presente (John Cusack), ma aggiungiamoci anche la potente sgradevolezza sopra le righe di Paul Giamatti (il cattivo del film) e una Elizabeth Banks, capace di morbide sfumature (ma con uno sguardo sempre lucido e determinato), nei panni della donna che lo ha salvato. E poi lavorando di montaggio, tra i salti nel tempo, alternando l’angosciosa distruzione del talento che si dissipa con la calma ovattata e inquietante del malato che non osa evadere dalla gabbia mentale costruitagli dal tutore. Un caso clinico, un eroe del pop, un dramma duro, coinvolgente, orchestrato quasi come uno dei successi “sperimentali” del musicista (che, a proposito, ha definito il film “rigoroso e veritiero”), ovvero ricco di sonorità inusuali, tra dissonanze e artifici, ma misteriosamente equilibrato e armonioso.

Massimo Lastrucci