MA LE REGISTE DOVE SONO?

Sarebbe forse da applaudire il progresso fatto quest’anno nella parità di genere al festival di Cannes dal momento che le donne registe in concorso sono tre, una in più della scorsa edizione? Oppure, vista da un’altra prospettiva, sono soltanto tre sui venti film che dovranno essere valutati dalla giuria di George Miller. Eppure se il red carpet brilla sempre di stelle e per la maggior parte attrici, dietro la macchina da presa non sembra esserci posto per le registe, il soffitto di cristallo al cinema continua a costringere le donne nella costellazione di dive, sceneggiatrici o addette ai lavori. Per quest’edizione bisognerà accontentarsi di diciassette donne registe, sommando le tre in concorso a una Fuori Concorso, alle quattro a Un Certain Regard, le tre della Quinzaine des Réalisateurs, le tre della Semaine de la Critique e le tre di Cannes Classics.

WHERE ARE THE WOMEN DIRECTORS? Se Maïwenn (Mon roi) e Valérie Donzelli (Marguerite et Julien) furono le prescelte del 2015, quest’anno Maren Ade (Toni Erdmann, nella foto a fianco), Andrea Arnold (American Honey) e Nicole Garcia (Mal de Pierres) rappresentano quel fortunato 15% di donne in competizione per la Palma. Un’involuzione se pensiamo al festival del 2012 che ha registrato ben quattro donne. E come ogni anno il delegato generale del festival, Thierry Frémaux, è bersaglio delle accuse di sessismo sulla Croisette. «Where are the women directors?» è la ricerca presentata nell’ambito dell’iniziativa Women in Motion promossa dal colosso del lusso, Kering, che porta alla luce dati su cui riflettere. Nei sette Paesi presi in considerazione solo un film su cinque è diretto da una donna, perché l’84% dei fondi va a film diretti da uomini. Tuttavia il 44% dei diplomati alle scuole di cinema è donna, eppure le donne registe sono solo il 24% sul totale. Dunque il talento c’è, ma viene sprecato. «Non abbiamo bisogno di aiuto, ma di soldi. Non abbiamo bisogno di più iniziative, ma di soldi», aveva ben sintetizzato la questione della parità di genere al cinema l’anno scorso Frances McDormand, attrice premio Oscar nonché moglie di Joel Coen. 

TRE DONNE IN CONCORSO Ha 39 anni ed è su tutti i fronti, regia, sceneggiatura e produzione. La giovane tedesca Maren Ade che si era particolarmente distinta per Alle Anderen (Everyone Else), che nel 2009 le valse Orso d’Argento e il gran premio della giuria a Berlino, porta a Cannes Toni Erdmann, storia di un padre giocoso che si presenta sotto mentite spoglie a Bucarest, dove vive la figlia, perché teme che lei abbia perso la gioia di vivere. Una veterana ormai è Andrea Arnold, già premiata due volte a Cannes con il Grand Prix nel 2006 con Red Road e nel 2009 per Fish Tank. Questa volta la regista britannica porta American Honey, peripezie e amori di Star, adolescente che percorre porta a porta il Midwest americano ai limiti della legalità. La terza è Nicole Garcia, decana delle registe che ha debuttato al cinema come attrice, arrivata in Francia a 16 anni come rivelazione di Alain Resnais, Mon oncle d’Amérique (1979) ha raggiunto l’exploit con sei César che hanno lasciato un segno nella storia del cinema. A Cannes porta Mal de pierres e una giovane donna che si libera della prigionia della famiglia borghese per vivere un amore proibito con un luogotenente ferito nella guerra d’Algeria. 

PROMESSE E TALENTI Giovani emergenti e grandi nomi si alternano nelle altre sezioni nei ristretti spazi concessi alle donne. Jodie Foster presenta fuori concorso il suo Money Monster, in cui cui dirige Julia Roberts, per la prima volta a Cannes e George Clooney tra i loschi affari di Wall Street. Tra gli altri nomi noti spicca poi nella Quinzaine des Réalisateurs, Laura Poitras, giornalista conosciuta per i suoi documentari, tra cui Citizenfour, dedicato a Edward Snowden che le è valso un Oscar nel 2011. Risk è il film che presenta quest’anno a Cannes su un’altra figura controversa che ha risollevato la questione della sorveglianza dei cittadini da parte dello Stato: Julian Assange. Meno note ma inseparabili, le sorelle Delphine e Muriel Coulin hanno girato insieme ogni loro lavoro e dopo cinque anni tornano a Cannes con il loro secondo film Voir du Pays. Un adattamento di un romanzo della prima sorella che mette in scena due donne militari. Ma la poesia e la grazia delle immagini è di Stéphanie Di Giusto, regista e fotografa che porta La Danseuse, storia di un’icona della Belle Époque e ballerina dell’Opéra di Parigi. Tra le esordienti non sfugge la regista israeliana Maha Haj con Personal Affairs. Se la più engagée è Houda Benyamina che mette in scena Dounia, giovane donna di banlieue assetata di potere, la più giovane invece è Shahrbanoo Sadat, che a 26 anni è anche la prima regista afgana a presentare un film, Wolf and Sheep. Tra queste, chi lo sa, qualcuna potrebbe contraddire le aspettative sul festival sessista. Valeria Golino in giuria, da attrice e regista, conosce entrambi i fronti e dovrebbe ricordare che nella storia del festival, dalla nascita nel 1946, soltanto una donna ha vinto la Palma d’Oro: Jane Campion per Lezioni di piano. Era il 1993.