“Mad Max: Fury Road”: da Mel Gibson a Tom Hardy, l’avventura continua su Infinity!

Era il 1979 quando Mel Gibson incarnava per la prima volta Mad Max, il mitico giustiziere post-apocalittico del film di George Miller, dando inizio alla saga fantasy più famosa d’Australia. Quasi 40 anni dopo è Tom Hardy a prendere il suo posto nel quarto film della serie, Mad Max: Fury Road, una cavalcata mozzafiato nel futuro con Charlize Theron e Nicholas Hoult: adesso potete vederlo su Infinity, anche nello splendore del 4K: cliccate QUI!

Per noi di Ciak, un vero colpo di fulmine: leggete qui sotto la recensione di Massimo Lastrucci!

«Il mio mondo è fuoco e fiamme». Si presenta così il nuovo Max (Hardy), affacciato su un deserto arancione. Un momento di pausa, giusto il tempo di salire nell’impolverata automobile modificata ed essere catturato da una banda di mutanti biancastri. Lo attenderebbe una squallida fine, diventare una sorta di vivente bombola di sangue per un “kamipazzo figlio di Guerra”, se non scoppiasse nell’imbarbarito dominio di Immortan Joe una grossa crisi. Ovvero la fuga dell’imperatrice Furiosa (Theron) con tutte le mogli (sane, splendide e soprattutto fertili) dell’orribile e pustoloso despota. Inizia così la spietata caccia alla donna e al suo fondamentale carico; Max riuscirà a liberarsi giusto per essere coinvolto – controvoglia – nel disperato tentativo.

Timore e tremore accompagnavano l’uscita di questo sequel della trilogia (1979-1981-1985) di George Miller, all’epoca davvero seminale (per aver generato il sottofilone dei postatomici e per l’allora emergente New Wave australiana). Invece è più che una bella sorpresa, due ore nette di pura, adrenalinica avventura, senza cedimenti o concessioni al sentimentalismo, all’humour o al machismo viriloide. Uno dei più bei fanta-action degli ultimi anni. Miller è un appassionato adepto del cinema-cinema, probabilmente reso anche cinico dalla frequentazione hollywoodiana (L’olio di Lorenzo, 1992; Babe va in città, 1998; Happy Feet 1 e 22006 e 2011). Qui ha rispolverato conoscenza del genere, un gusto superiore per la messa in scena e il senso del ritmo che mixa la frenesia del postmoderno con la cadenza del cinema western classico.

C’è una felice, quasi feticistica cura del dettaglio, dell’oggetto così come dell’inquadratura e dei colori. Le notti tinta metano, il deserto e le sue tempeste di sabbia hanno una terribilità persino aliena, da pianeta Marte. Ha studiato Ford il vecchio Miller e qui lo mostra, come pure l’erotico furore fotogenico dell’heavy punk, ma ha anche la sorprendente originalità di fare del personaggio di Charlize Theron il centro luminoso della scena, mentre Tom Hardy/Mad Max, “colui che fugge sia dai vivi che dai morti”, ci regala la rudezza iper-romantica del reduce, un cupo cavaliere della valle solitaria (oh yes) condannato a girare senza meta e pace. Particolare nota di merito infine per gli stunt: Mad Max: Fury Road è decisamente il campionato mondiale delle scene rischiose.

Massimo Lastrucci