ADDIO A ROBIN HARDY

Robin HardySe ne è andato un matto, un iconoclasta con l’ambizione pagana, Robin Hardy, l’uomo che ha firmato nel 1973 The Wicker Man, l’horror movie dei maleducati Seventies, con orge e sacrifici verginali dominato da un demoniaco Christopher Lee nel ruolo che l’attore ha sempre definito il «migliore della mia carriera, nel film meglio scritto che io abbia mai interpretato» e destinato alla venerazione dei cinefili. Inglese del Surrey, Hardy, che aveva 86 anni, era un cittadino del mondo, elegante e gentiluomo, ardito e ossessionato. Col tempo The Wicker Man, da film maledetto era passato a vero e proprio cult da cineteca, con legioni di fan, un restauro con doppia versione, e un orrido remake americano di Neil Labute con Nicolas Cage nel 2006 che aveva gettato Hardy nella disperazione.


The FantasistLa prima volta che ho incontrato Robin è stato tramite un amico bizantinista, correva la fine degli anni Novanta: a quei tempi, il regista (ma anche scrittore) dopo aver girato un secondo film The Fantasist,
vero concentrato di feticismo erotico, stava cercando di creare in Inghilterra un imponente parco d’attrazioni a tema Rinascimento, progetto spettacolare e folle per il quale correva il mondo e l’Italia alla ricerca di sponsor e finanziatori. La fantasia durò anni e non se ne fece mai nulla, ma la cena e l’ospitalità milanese in uno dei più famosi ristoranti vegetariani della metropoli lombarda tenne viva l’amicizia nel ricordo del “menu paradiso”, dodici portate zen di cui l’ultima con foglia d’oro zecchino, tutte spazzolate e offerte dall’autore senza batter ciglio di fronte ad un conto insensato.

Robin HardyRobin era così, adorava le cene. Abbiamo festeggiato e omaggiato non so più quante volte il restauro con pubblicazione in Dvd double feature di The Wicker Man tra Verona e Milano e Londra, portandoci appresso Christopher Lee che proprio non ne voleva sapere, ma che Robin ogni volta riusciva a convincere a seguirci. Si mangiava e si beveva troppo, aveva ragione Dracula, che invece era ormai un vecchietto saggio sorvegliato dalla moglie che mancava a Robin (ho perso il conto di quante ne ha perse per strada tra i vari continenti). Ogni tanto Robin scriveva libri a soggetto per lo più erotico, political-fantasye su misteriose sette celtiche.

Siccome il remake americano con Cage l’aveva tanto infastidito si mise in testa di girare il sequel di The Wicker Man, The Wicker Tree e un giorno del 2010 mi convocò in sala di proiezione a Londra per vedere la prima versione del film, un pasticcio abitato dalle sue solite ossessioni, di cui comunque mi piacque molto l’idea delle giovani vergini imbalsamate e trasformate in bambole di cera grandezza naturale nella galleria dell’avita magione inglese (dove peraltro s’aggiravano orchi sanguinari). Il resto era sospeso tra giochi arditi, pansessualismo a caso e, sempre, l’uomo di paglia che s’accende alla fine. Quella volta ci mise un po’ di più a convincere Christopher Lee a regalargli un cameo, ma alla fine ci riuscì e Lee appare ritratto in un quadro e come passante che consiglia un pittore. Il risultato non fu un trionfo, ma Robin probabilmente stava già pensando ad altro.

Robin HardyE infatti, ormai dolcemente ossessionato, mi chiamò l’autunno scorso per informarmi che alla tenera età di 85 anni aveva lanciato un Crowfunding sul sito IndieGoGo per finanziare il terzo Wicker Man, titolo The trilogy of Wicker Man – Wrath of Gods, ancora senza protagonisti se non una certa Halla Williams direttamente da X-Factor, perché a lui le bionde un po’ valchirie piacevano tanto. Indovinate la storia? Sullo sfondo della costruzione di un parco a tema mitologico da parte di una compagnia internazionale, strane forze e strani culti portano scompiglio e disordine nell’ordine sociale. Questa volta Robin s’è addormentato prima di riuscire nell’impresa. Ma per rendergli omaggio dovete tutti rivedere The Wicker Man, il film che la rivista Cinèfantastique ha definito, una volta per tutte, «Il Quarto Potere dei film dell’orrore».

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