“AMANDA KNOX”: IL DOCUMENTARIO ARRIVA SU NETFLIX

Dal 30 settembre è disponibile su Netflix, Amanda Knox, il documentario realizzato dai registi Rod Blackhurst e Brian McGinn, che – concentrandosi sulla figura ambigua della giovane ragazza americana – raccontano il cosiddetto “delitto di Perugia”, e il caso giudiziario – oltre che mediatico – che ne è conseguito.

Era il 2 novembre 2007 quando Meredith Kercher, inglese di 22 anni, fu trovata senza vita nella sua casa di Perugia, dove stava trascorrendo il suo periodo di Erasmus. La causa della morta fu un’emorragia dovuta a una lesione al collo, provocata da un coltello. Ben presto si pensò ad un gioco erotico finito male, e nella lista dei sospettati finirono Amanda Knox – coinquilina della vittima – e Raffaele Sollecito, il suo ragazzo da soli cinque giorni. Il caso, anche per la provenienza dei personaggi coinvolti (Amanda è americana, Meredith era ingelse), ebbe risonanza internazionale e colonizzò le prime pagine dei quotidiani per moltissimo tempo. Ma cosa c’era di così macabramente affascinante? Di certo lei, Amanda Knox. La giovane e bella ragazza americana descritta come fredda, calcolatrice, pazza e masochista. Foxy Knoxy, era questo il suo soprannome, venne da subito descritta come un’assatanata manipolatrice, capace di convincere due ragazzi a stuprare prima e uccidere poi un’altra ragazza. Era davvero così? O era iniziata la caccia alla strega? Stando ai giudici, (dopo una condanna per concorso in omicidio, un’assoluzione dalla Corte d’Assisi, un’altra condanna, e un annullamento della nuova condanna deciso della Suprema Corte di Cassazione) Amanda Knox e Raffaele sollecito non hanno commesso il fatto. Non ci sono prove che testimonino la loro presenza nella camera della vittima, quella sera. Colpevole invece fu riconosciuto Rydy Guede, che sta attualmente scontando una pena di sedici anni.

A un anno di distanza dall’assoluzione finale, arriva su Netflix il documentario che prova a raccontare l’intera vicenda, ma soprattutto a riflettere sulla rilevanza della storia, senza trarre giudizi, senza colpevolizzare o scagionare. Amanda esordisce così: «O sono una psicopatica in abiti da pecora, o sono come te». «Ci siamo chiesti perché una tragedia come questa fosse diventata così popolare e affascinante. Di solito le storie di questo tipo si sgonfiano subito. Questa è stata raccontata dai media per otto anni» hanno detto i registi, che continuano: «Era anche interessante capire come abbia influito nel racconto della storia il passaggio dall’informazione solo cartacea a quella digitale». Nel film i protagonisti parlano in prima persona. Ci dicono i registi: «Non ci siamo mai interfacciati con i loro PR, ma abbiamo parlato sempre e solo con loro, direttamente. Abbiamo girato in Italia, a Pisa e gli abbiamo chiesto di contattarci quando sarebbero stati pronti. Giravamo quando volevano loro, e questo è stato molto importante. Putroppo Patrik Lumumba non ha partecipato, ma siamo pronti a raccogliere la sua testimonianza, così come quella di Rudy Guede in qualsiasi momento.»

A guardare il documentario si viene a conoscenza di tutta una serie di pasticci commessi durante le indagini. «Il nostro non vuole essere un giudizio su come siano state svolte le indagini, né tantomeno sulla giustizia italiana. Volevamo solo raccontare i fatti così come si erano svolti e essere i più precisi possibili. Abbiamo fatto ricerca per cinque anni», sostengono i filmmakers, «Molti americani non conoscono, e non conoscevano all’epoca, l’iter classico della giustizia italiana, si chiedevano perché continuavano ad esserci nuovi processi e come fosse possibile che le decisioni venissero ribaltate. Non capivano». Alla fine del documentario sembra che anche i registi abbiano subito il fascino innegabile di Amanda Knox. Ci spigano: «È normale che si crei un legame con i personaggi che si raccontano. Accade a tutti i registi. Ma non possiamo dire di conoscere Amanda, così come non lo possiamo dire di Raffaele o degli altri che abbiamo intervistato. Ci vuole molto di più per conoscere davvero una persona. E non era nostra intenzione trarre giudizi in merito alla vicenda. Non esplicitiamo le nostre opinioni, e penso che nessuno dopo aver visto il documentario cambierà idea. Chi ha seguito la vicenda ha già deciso da anni se sono colpevoli o innocenti.»

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