BERLINO: IL (SUPERFLUO) 3D DI “EVERYTHING WILL BE FINE” DI WENDERS

Dopo le delusioni di Herzog e Malick arriva anche quella di Wim Wenders che ieri fuori concorso ha presentato Every Thing Will Be Fine, con l’ormai onnipresente James Franco, Charlotte Gainsbourg e Rachel Adams. Inutilmente girato in 3D, questa storia di colpa e perdono, disperazione e rinascita inizia come un film di Egoyan: tra le nevi del Canada un giovane scrittore, Tomas, investe accidentalmente un bambino uccidendolo. Nessuno lo accusa di essere un assassino, neppure la madre del piccolo, consapevole che si è trattato di una tragica fatalità, ma Tomas non riesce a lasciarsi l’incidente alle spalle, cade in una profonda depressione, tenta il suicidio, lascia la fidanzata. Però continua a scrivere e con gli anni i suoi romanzi diventano best sellers. La colpa di Tomas non è dunque quella di aver ucciso. La domanda sulla quale vorrebbe farci riflettere Wenders, che il 12 febbraio riceverà l’Orso d’Oro alla carriera, è la seguente: è giusto usare la vita degli altri, le esperienze di persone che conosciamo, la loro sofferenza per creare opere d’arte? Che tipo di responsabilità ha chi si impossessa di ciò che altri hanno vissuto trasformando la verità in una redditizia finzione? Ma se il regista, negli ultimi anni decisamente più a suo agio nel documentario (vedi Pina e Il sale della terra) pensa a un film sul ruolo della malattia nella vita e della creatività nel processo di guarigione, la laconica interpretazione di Franco, avaro di espressioni facciali e legnoso, ci rende quasi impossibile penetrare nella sua anima tormentata, vivere la sua tragedia, respirare con la sua resurrezione.

Alessandra De Luca

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