Bif&st 2015: a lezione di cinema da Jean-Jacques Annaud

Otto grandi registi, otto appuntamenti imperdibili per tutti i cinefili qui al Bif&st 2015 (Bari International Film Festival). Fino al 28 marzo, ogni mattina sul palcoscenico del teatro Petruzzelli va in scena una lezione di cinema. Dopo l’apertura di Sir Alan Parker sabato 21, domenica 22 è toccato a Jean-Jacques Annaud salire in cattedra dopo la proiezione di Sette anni in Tibet, cui ha fatto seguito in serata l’anteprima de L’ultimo lupo, che sarà in sala dal 26 marzo.

Coordinata da Michel Ciment, giornalista e critico cinematografico francese, la lezione ha toccato punti molto interessanti e rivelatori sull’idea di cinema di Annaud. Che si riconosce anzitutto come il meno francese dei registi d’oltralpe per la sua “sete di erranza”, come l’ha definita lui stesso, che lo ha spinto professionalmente oltre le sponde della Senna e lontano dall’ideale di cinema della Nouvelle Vague («Se una vague dura troppo non è più nouvelle » ha ironizzato) per raccontare storie ambientate in Paesi, culture ed epoche diverse, trascinando con sé lo spettatore nella scoperta condivisa di un mondo altro.

Jean-Jacques Annaud
Jean-Jacques Annaud al Bifest 2015

Un gusto del viaggio non frequente negli autori francesi, e un desiderio di affrontare civiltà differenti per raccontare sempre e comunque «la storia intima dei mutamenti del cuore » in cui resta centrale il tema dell’uomo cambiato da un ambiente e una cultura lontani da quelli delle origini. Proprio come avvenne allo stesso regista durante la sua esperienza giovanile in Africa, di cui si innamorò al tempo del servizio militare in Camerun e in cui poi tornò per girare il suo primo lungometraggio, Bianco e Nero a colori, datato 1976.

Annaud non ama solo girare in Paesi stranieri, ma anche sperimentare nel suo cinema nuovi materiali e nuove tecnologie, come il 3D, che trasforma il regista «da pittore a scultore », e i sistemi audio multicanale, come l’ultimo Dolby Atmos, che immerge lo spettatore al centro della scena per suscitare in lui quel senso di meraviglia e felicità che il Jean-Jaques bambino provò alla magica visione in sala del suo primo film: Ladri di biciclette di Vittorio de Sica.

Ma mai tecnica ed estetica devono prevalere sul racconto, che deve essere veicolo di emozioni e che può prescindere dal dialogo, perché la comunicazione è un atto non esclusivamente verbale ma anche linguaggio del corpo. Da qui la presenza animale in tanti suoi film e l’idea che l’uomo, in un auspicato ritorno alla natura, debba capire la bestia, anche feroce, che lui stesso è e addomesticarla.

Sergio Lorizio

 

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