CANNES STORY: “CUORE SELVAGGIO” DI DAVID LYNCH, PALMA D’ORO NEL 1990

Cuore SelvaggioCome si stava a Cannes 26 anni fa, ovvero nel maggio 1990? Fu un’edizione buona, la 43ma – anzi: ottima vista col senno di poi – ma in cui tutto non filò liscio, soprattutto in sede di giuria e premi. D’altra parte Bernardo Bertolucci è così, se lo chiami a presiedere una giuria farà certamente pesare il suo gusto e il suo parere. In questo caso c’è da ringraziarlo. Non perché gli altri contendenti non fossero più o meno notevoli: in competizione gareggiavano infatti titoli come La prigioniera del deserto di Depardon, Cacciatore bianco, cuore nero di Eastwood, L’agenda nascosta di Ken Loach (!!), Tilai di Idrissa Ouedraogo, Cyrano di Rappeneau, Daddy Nostalgie di Tavernier, Stanno tutti bene di Tornatore, Judou di Zhang Yimou (!!). Quanto perché lui impose a tutti la “sua” Palma d’oro, oggi incontestabile, ovvero Cuore selvaggio di David Lynch (alla sua prima escursione alla Croisette)! Così a Tilai e a L’aculeo della morte di Oguri andò il Grand Prix speciale, a L’agenda nascosta il Premio della Giuria, a Pavel Lungin il premio alla regia per Taxi Blues. Alla favola nera e violenta del quieto visionario di Missoula (Montana, 1946), l’alloro (imperituro?) dei grandi. Oggi nessuno si sognerebbe di muovere alcun appunto. Wild at Heart è un cult assoluto, un titolo che ha influito sul cinema successivo, diretto da un autore eccentrico che ha realizzato praticamente solo opere memorabili tra cinema e tv (la riprova? Ripercorrete la sua non folta filmografia di 10 lungometraggi da Eraserhead, 1977 a l’ultima sua opera di fiction Inland Empire del 2006). Ecco le 7 cose assolutamente da sapere del film. Cuore SelvaggioL’IDEA Il produttore – e amico di Lynch – Monty Montgomery aveva acquistato i diritti di un pacchetto di noir di Barry Gifford (classe 1946, penna di assoluto talento, tra i suoi più importanti libri pubblicati in Italia Storie selvagge e Gente di notte). Tra questi lo scrittore gli fa leggere un manoscritto ancora inedito: Wild at Heart. The Story of Sailor and Lula (che in futuro darà il via a un’intera serie gialla a loro dedicati). Entusiasta (pensa anche di dirigerlo personalmente) lo fa comunque leggere a Lynch, che a sua volta stava lavorando su un romanzo noir ambientato nei ’40. E accade l’inevitabile: il regista di Elephant Man, Dune e soprattutto Twin Peaks si innamora del testo («Nella mia mente quella storia e la violenza dell’America si fusero l’una nell’altra generando una serie di idee»), Montgomery acconsente di fare solo da produttore e la divisione cinematografica della PolyGram, la Propaganda film, sino ad allora attiva con clip e spot, freme per partecipare con il budget di 9 milioni e mezzo di dollari (non un kolossal dunque ma neanche poco). Lynch si allontana dal set e dalle fatiche di Twin Peaks, scrive in breve tempo la sceneggiatura, apportando molte modifiche alla trama (con pieno consenso di Gifford: «ci saranno due versioni di Wild at Heart, una mia e una tua e questa è una gran cosa. Prendi la palla e mettiti a correre») e il 9 agosto del 1989 l’avventura può iniziare con il primo ciak.

I TEMI Cuore SelvaggioDichiara Lynch: «Cuore selvaggio è un road movie, una storia d’amore – anzi: un amore trovato all’inferno – un dramma psicologico e una commedia violenta. Una strana mescolanza di tutti questi elementi». È  un viaggio però che sostanzialmente non porterà da nessuna parte quello che l’ex carcerato Sailor che venera Elvis e con la giacca a pelle di serpente («è il simbolo della mia individualità e la mia fede nella libertà personale»; tra l’altro indumento di proprietà dello stesso attore Nicolas Cage) e la sempre arrapata bomba sexy Lula (Laura Dern: «Le ho fatto masticare costantemente un chewingum» ricorda Lynch) compiono, cercando di scappare verso la felicità e inseguiti da un detective (su incarico della malvagia mamma della ragazza), ma in cui accade loro di tutto, almeno per quel che concerne il crimine, la violenza, l’orrore, l’inatteso. Incidenti stradali, rapine finite nel sangue, sesso nelle forme più perverse. Eppure questi due eroi sexy e idioti (totalmente inconsapevoli delle conseguenze delle loro scelte) sopravviveranno, sostenuti da nient’altro che la forza sessuale del loro legame. Cuore SelvaggioIl risultato è un film visivamente scioccante, sovraccarico di stile, temi, simboli. Infatti, oltre ad aver radicalmente cambiato il finale (nel romanzo non c’è l’happy end), Lynch vi aggiunge la ricerca e l’uso del kitch per dettare la continuità dei toni (le scene d’amore come spot, le tinte confetto, gli squarci grottescamente idilliaci e zuccherosi a oltranza, lui che infine salverà lei cantandole Love Me Tender), i riferimenti costanti e simbolici all’elemento fuoco («la sequenza dei titoli di testa è un incendio. Il fuoco ha una parte importante nella relazione tra Sailor e Lula – suo padre ad esempio è morto bruciato vivo – e i fiammiferi diventarono uno degli elementi che da una parte li uniscono dall’altra minacciano di distruggere il loro legame») e soprattutto la chiave sottotesto del Mago di Oz (inutile dire che le citazioni del romanzo di Baum e film di Fleming erano assolutamente assenti nel romanzo), tanto da rendere Cuore selvaggio quasi una spaventosa ma eccitante favola nera, l’evasione da un mondo dal «cuore selvaggio e l’aspetto strano» (in originale «wild at heart and weird at head» che genera poi il titolo).

IL SESSO Cuore Selvaggio«Nel libro di Barry una cosa che mi piace molto era la libertà di Sailor e Lula nei confronti del sesso. Per quanto pazzi, nella loro relazione c’era molta libertà, felicità ed eguaglianza. E Nick Cage e Laura Dern (che aveva già recitato con Lynch in Velluto Blu nella parte diametralmente opposta della fidanzatina a modo, ndr) erano mentalmente in linea con tutto questo. In realtà alcuni lati del loro carattere erano simili a quelli di Sailor e Lula e quindi le scene di sesso sono state davvero selvagge e divertenti, senza mai nulla di forzato». A questo aspetto di sesso liberato si contrappone quello deviato e lurido di altri personaggi, vedi la maniacalità schifosa dello squilibrato cugino Dell (Crispin Clover) dalle mutande piene di scarafaggi (e non dico di più) o il sadismo del gangster dai denti guasti e verdastri Bobby Peru (Willem Dafoe) che blocca fisicamente Lula per eccitarla, sfregandole l’inguine con la mano e obbligarla a dirgli «scopami!»; quando lei cede, lui si allontana bruscamente esclamando: «un’altra volta forse. Ora devo andare» (il che tra l’altro suscita spontanee risate in sala). LA VIOLENZA Cuore selvaggio è uno freak show della violenza ed è uno degli aspetti per cui tanti (tra critici e spettatori) lo hanno rifiutato. Ma è stato indubbiamente anche un anticipatore, ben prima dell’affermazione del cinema pulp (da cui peraltro è moltissimo distante). Tante le sequenze rimaste impresse nella memoria, ad esempio quella dell’indicente stradale, testimoni Sailor e Lula (una digressione). In realtà fu concepita per inserire Sherilyn Fenn e Sheryl Lee (sarà la strega buona che appare alla fine) che in Twin Peaks colpirono favorevolmente l’autore e che infatti le utilizzò qui in cameo speciali: «Sherilyn mi ha sempre ricordato una bambola di porcellana. E vedere una bambola di porcellana rotta…ne parlai a lungo con lei e la situazione venne a galla». Per chi non la ricordasse: i due arrivano sulla scena di un incidente appena accaduto, una macchina ribaltata, vestiti appesi sugli alberi, corpi per terra. Cuore SelvaggioUna ragazza deambula scioccata (la Fenn), cercando le forcine per i capelli. Si gratta la testa, «sento qualcosa di appiccicoso», soprattutto il sonoro ci fa capire che ha il cranio sfondato, e stramazza tra le braccia di Sailor che piangendo dice: «l’abbiamo vista morire sotto i nostri occhi». Eppure in mezzo a tanta efferatezza esibita, alla ricerca di dettagli disgustosi (tipo un cane che esce scodinzolando da un locale con tra le fauci una mano mozzata), vomito e sangue, ci fu una scena che fu troppo forte per tutti (Lynch compreso), così da venir rimaneggiata e alleggerita, quella della tortura e dell’assassinio del detective Johnny Farragut (Harry Dean Stanton) da parte della gang di Santos, con la sadicissima Juana (Grace Zabriskie): «Da una delle proiezioni test uscirono dalla sala ben 300 persone su 350! La gente non soltanto abbandonò la sala ma si arrabbiò moltissimo…in quel caso credo di aver proprio esagerato».

UN CAST LYNCHIANO Cuore Selvaggio molti interpreti abbiamo parlato sopra. Peraltro non abbiamo ancora citato l’efficacissima Diane Ladd nella parte di Marietta Fortune, la madre di Lula (che di Laura Dern, il cui padre è il leggendario Bruce, è anche la madre nella vita reale). La sua interpretazione fu l’unica a essere segnalata dagli Oscar, arrivando sino alla nomination. O anche J.E. Freeman, nel ruolo di Marcelles Santos, criminale feroce e persecutore prezzolato della coppia. Mentre a Isabella Rossellini, per anni compagna del regista, è andato il ruolo apparizione di Perdita Durando (dalle folte sopracciglia scure, omaggio dichiarato alla pittrice Frieda Kalo). Riprese quasi tutte in California (Los Angeles, Pasadena, Palmdale) con due escursioni a El Paso e New Orleans. Locations che più americane non si può dunque, al servizio della splendida fotografia di Frederick Elmes (già con Lynch in Eraserhead e Velluto Blu). Cuore Selvaggio

LA FORTUNA Cuore selvaggio ebbe reazioni molto contrastanti. Jean Luc Godard ad esempio si riferì a lui parlando di «abiette leggi dei Lynch palmadorati». Di certo fu rifiutato al box office. Negli Usa – refrattari sempre o quasi ai premi europei – gli incassi finali si aggirarono sui 14 milioni e mezzo di dollari (una miseria). E, Cannes a parte, raccolse alla fine solo sporadiche nomination in giro per i premi del mondo. Commenta Lynch. «Non credevo essermi spinto al punto da indurre il pubblico a rifiutare il film».

LE CODE Cuore SelvaggioSe il film si chiude con un lieto fine peraltro provocatorio e ambiguo, per il libro – avevamo anticipato – non è così. E il regista aveva probabilmente girato anche qualche finale alternativo. Nel 1990 uscì in videocassetta l’opera di Lynch e Angelo Badalamenti (che di Cuore selvaggio è autore della colonna sonora) Industrial Symphony n. 1 The Dream of the Broken Heart, con canzoni interpretate da Julee Cruisee. Il video si apre con un prologo filmato. Lì vi compaiono, recitando, Cage e la Dern. In montaggio alternato i due sono al telefono e lui (Sailor?) annuncia a lei poi singhiozzante (Lula?) che dovrà lasciarla nonostante la ami. Questo possiede in effetti tutte le caratteristiche di materiale girato e poi abbandonato. Sette anni dopo sarebbe poi uscito nelle sale il film Perdita Durango (1997), con la regia di Alex De la Iglesia e Rosie Perez nel ruolo, su sceneggiatura di Barry Gifford (da uno dei libri della serie di cui si diceva all’inizio). Oggi 25 anni dopo, Cuore selvaggio è un gioiello inattaccabile e oggetto di visione, “venerazione” e analisi: «del resto Cuore selvaggio parla di malattia, insania, alterazione. Proprio come nella vita. Non è così?» (David Lynch).

Citazioni da: Lynch secondo Lynch, a cura di David Rodley, Baldini & Castoldi; David Lynch di Riccardo Caccia, Il castoro cinema; Il cinema di David Lynch di Roy Menarini, Falsopiano cinema