DA ELI ROTH ALLE STREGHE: L’EREDITÀ DARK DEL SUNDANCE FILM FESTIVAL

Il Sundance Film Festival è finito, ma ha lasciato dietro di sé una lunga coda horror: ecco i titoli migliori della sezione Park City at Midnight

I canyon di Park City non sono mai stati così dark. L’edizione 2015 del Sundance Film Festival ha il sapore dolceamaro, parzialmente acido dei popcorn dell’Holiday Village Theatre e, al tempo stesso, l’austerità arcaica dell’Egyptian a Main Street, il tumulto giovanile dei condomini che circondano il Resort, il candore delle logge intarsiate sulla roccia rossa. Basterebbero questi ingredienti, quando scende la notte e la luna diventa una stella cometa di cenere, per farne un programma elegiaco di cinema horror. Ma il Sundance, grazie alla direzione di John Cooper, ci dimostra che non tutto è come sembra: il suo focus sperimentale, negli anni, si è esteso e ha mutato forma, sempre incitando il pubblico a sfidare lo sguardo su un territorio non etichettabile, come quello che gioca a rimpiattino con le nostre ansie. Soprattutto oggi, in un’era in cui dominano Netflix e Amazon Prime, la principale responsabilità di chi fa “film di genere”, e di chi li seleziona, è quella di ridisegnare il mirino, non solo di un festival indie, ma di una intera generazione di consumatori.

Knock Knock
Knock Knock

La selezione di “Park City At Midnight” è la dimostrazione che, seppur sia difficile trovare un modo allacciarsi alla platea contemporanea, ogni autore fa del suo meglio per instaurare un dialogo aperto e fabbricare un linguaggio fluido, a volte aggressivo altre più morbido. Knock Knock di Eli Roth potrebbe persino essere una horror-comedy da arredo d’interni, un incrocio tra Funny Games di Haneke e lo slavo Sweet Movie, con sequenze di paura quasi interamente girate di giorno: Keanu Reeves, uomo sposato, è preso in ostaggio da due pollastre che lo obbligano a confessare tutta la verità, anche cose ancora non commesse. La mano di Roth è aderente agli oggetti che scivolano attorno ai personaggi: gli interni, il giardino, l’ufficio, la cucina, i poster con le facce felici di moglie e figli. La perfezione di una casa in contrasto con le sale di tortura che comparivano in Hostel. Il ritmo della risata miscelato a quello del terrore infantile, con omaggi a Gremlins e ad Evil Dead.

The Witch
The Witch

Altre opere che mantengono un rigore nella forma e nella costruzione sono The Nightmare, documentario-horror che esplora il fenomeno della paralisi da sonno, attraverso occhi e cervello di otto cavie; una giovane donna tenuta prigioniera in una seminterrato da un predatore morboso (Reversal); le visioni dopo un incontro sessuale, in It Follows; il New England puritano di quasi 400 anni fa in The Witch. In comune, questi frammenti di terrore, hanno tutti l’abilità di tenere sotto scacco i nostri nervi: soggetti piccoli, perfino innocui, dove la paura penzola dal mero artigianato del regista, dal suo gusto estetico (non a caso, Roth, farà scrivere alle sue psicotiche protagoniste un cattivissimo manifesto sull’arte di oggi, sotto forma di graffito). C’è anche una certa lentezza nello scorrere di questi film, un camminare tremebondi lungo il filo della vita, senza necessariamente lasciarsi andare, solo per provare il brivido di perdere i sensi.

Forse, l’atto più coraggioso di “horror della vita vera” risiede in un film che non appartiene alla categoria Midnight. Stiamo parlando del sofisticato transgender-movie Tangerine, girato interamente con un iPhone 5S dotate di adattatori anamorfici. Abbraccia nuove estetiche nei margini di una Los Angeles in stile Carpenter, e grazie al suo isterismo, dove si mescolano Beethoven e hip hop, colori carichi, gambe lunghissime e parrucche, si impone come linfa vitale e bussola preziosa per chi vede nel terrore di perdere tutto – dalla dignità al lavoro, dalle persone che ama al potere di scegliere – un magico canyon di speranza. Dire “horror” al Sundance significa prima di tutto far pace con se stessi. Riconciliarsi con i propri incubi ricorrenti.

Filippo Brunamonti

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The canyons of Park City have never been so dark. The 2015 Sundance Film Festival has the bittersweet and somewhat acrid flavor of the popcorn at Holiday Village Theatre, and at the same time, the archaic austerity of the Egyptian on Main Street, the youthful bustle of the condos that encircle the Resort, the whiteness of the condo scarved into red rock. All these ingredients would be enough, when night falls and the moon turns into an ashen shooting star, to create an elegiac program of horror cinema. But Sundance, thanks to the directorship of John Cooper, shows us that not everything is as it seems: its experimental focus, over the past several years, has expanded and changed shape, always prodding the audience to question its outlook over a territory that cannot be commodified, and is the source of all our anxiety and unease. Especially today, in an era when Netflix and Amazon Prime rule the corporate world, the main responsibility of those who make “genre films,” and of those who select them, is to design a new vision and its contours, not just for an indie festival, but for a whole new generation of consumers.

The film selection of “Park City At Midnight” demonstrates that, though it can be difficult to connect with the contemporary audience, each director is striving to establish open dialogue and to conceive a fluid cinematographic language, some aggressive, others less so. Eli Roth’s Knock Knock could be defined as an interior design horror-comedy, a mashup between Haneke’s Funny Games and the Yugoslavian Sweet Movie, with fear-inducing sequences shot almost entirely in daylight: a married Keanu Reeves is taken hostage by two beautiful chicks, who force him to confess to everything, even things he hasn’t done yet. Roth has never been so attentive to the apparently secure objects around his characters: interiors, the garden, the study, the kitchen, poster-sized photos showing the happy faces of the wife and children. The perfection of the house contrasts with the torture chambers revealed in Hostel. The rhythm of laughter mixes with night terrors, homage to Gremlins and Evil Dead.

Other films that demonstrate strong technique and form: The Nightmare, a documentary-horror film exploring the phenomenon of sleep paralysis through the eyes, and brains, of eight people; a young woman chained up in the basement of a sexual predator, in Reversal; the visions after a sexual encounter, in It Follows; the Puritan New England of nearly 400 years ago in The Witch. What joins these fragments of terror together is that all have a strong grip on our nerves: a minor, even innocuous concept, in which fear directly depends on the technical skill of the director, and from his aesthetic choices (it’s no accident that Roth has his psychotic protagonists write an abysmal manifesto for contemporary art, rendered in graffiti). There’s also a kind of slowness to the pace of this film, a trembling walk along life’s narrow edge, never fully letting yourself go, just to feel the thrill of self-obliteration.
It could be that the most courageous act in these horrors drawn from “everyday life” can be found in a film that is not in the Midnight category. This is the sophisticated transgender-movie Tangerine, shot entirely on Apple iPhone 5 cameras equipped with brand-new anamorphic adapters. It embraces new aesthetics in the margins of a Carpenter-dominated L.A. and is produced by its hysteria, merging Beethoven and hip hop, super-saturated color, wigs and impossibly long legs, emerging as lifeblood and precious compass for those who see in the terror of losing everything – from the dignity of work, to the people one loves, to the right to choose – a magic canyon of hope. To say “horror” at Sundance means to have made peace with oneself. To have reconciled with one’s own recurring nightmares.

Filippo Brunamonti

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