FRENCH TOUCH

Uscito un po’ di soppiatto, Il condominio dei cuori infranti non è solo una bella sorpresa in questa stagione non proprio esaltante. È anche un film istruttivo, capace di dirci qualcosa: sulla solitudine delle persone, naturalmente, ma soprattutto sull’idea di cinema che guida i registi d’oltralpe e quella che invece manca ai registi di casa nostra. Il film di Samuel Benchetrit, quarantenne ebreo-marocchino che alterna la regia con la recitazione, il cinema col teatro e con la letteratura (da una sua specie di autobiografia, Les Chroniques de l’Asphalte, ha tratto il soggetto di questo film, che in originale si intitola appunto Asphalte), racconta le solitudini di un gruppo di inquilini di un povero caseggiato di periferia: c’è chi finisce sulla sedia a rotelle per troppo esercizio ginnico e fa amicizia con un’infermiera sola come lui; c’è un’attrice sul viale del tramonto che trova inaspettata attenzione da parte di un ragazzo di cui la madre si occupa poco; c’è una mamma algerina col figlio in carcere che si prende cura di un astronauta americano atterrato per sbaglio sul terrazzo del condominio (sì, avete letto bene!). Tre storie ai limiti dell’irrealtà – la terza decisamente oltre quei limiti – dove però l’accento non è messo sui semplici accadimenti della storia, ma sulla voglia di far emergere da ognuno di quei personaggi un’umanità stropicciata e dolente eppure capace ancora di palpitare e sentirsi viva. E di farlo attraverso la messa in scena. 

LA LEZIONE DI TRUFFAUT    Non è lo spunto all’italiana di tante commedie anche recenti che si inventano un’idea insolita per poter attirare l’attenzione dello spettatore e poi sono capaci solo di dilatare (o stiracchiare) quell’idea, senza saper mai scavare nei personaggi e nelle loro psicologie. Benchetrit, che ha sicuramente assimilato la lezione di Truffaut ma anche l’impalpabile leggerezza di certi film di Rohmer, dimentica ben presto l’incidente da cui è partita ogni storia per osservare come ognuno dei suoi personaggi faccia i conti con l’umanità propria (spesso nascosta e repressa) e quella che intuisce negli altri. Anche perché a far progredire il film non è tanto la sceneggiatura quanto lo stile, non è la scrittura, ma il cinema. Ecco la grande differenza tra due idee di cinema, quella parigina e quella romana… Nel miglior cinema francese c’è la convinzione che l’occhio della macchina da presa (e del regista) possano mostrare quello di cui solitamente non ci accorgiamo. Non per farci vedere l’invisibile ma piuttosto per mettere in relazione corpi e luoghi in maniera inaspettata, sorprendente, originale.

SITUAZIONI INSOLITE          In questo modo non c’è bisogno di improbabili movimenti di macchina, montaggi adrenalinici, inquadrature sghembe o deformate: basta cercare uno stile che si adatti alla storia, un ritmo e uno sguardo capaci di rendere credibili i personaggi e le situazioni. Anche le più insolite. L’atterraggio di una capsula spaziale sul tetto di una casa è quanto di più improbabile si possa immaginare, ma bastano due testimoni stupiti, che osservano quello che succede senza quasi proferire parola, perché tutto prende un senso e un valore, e il cinema diventa lo strumento per raccontare un altro tipo di realtà, più vera del vero. Oppure basta non dire niente di un personaggio (l’infermiera di notte, affidata a una sempre bravissima Valeria Bruni Tedeschi) e lasciare alla macchina da presa il compito di mostrarcela con le braccia conserte, il golfino da quattro soldi, la sua aria tra l’imbronciato e il timoroso per farla uscire dallo schermo e conquistare il nostro cuore. E alla fine della proiezione mi chiedo perché film e personaggi così sappiano farli in Francia e non in Italia… 

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