“HELP!”: IL CULT MOVIE DEI BEATLES

Il 29 luglio 1965, un giovedì, al London Pavillon Cinema di Picadilly Circus, Londra, ci fu la prima mondiale – alla presenza della Principessa Margaret – di un film che non è mai più sceso dal piedistallo del mito. Si tratta di Aiuto!, o meglio: Help!, il secondo film dei Beatles. Un cult movie da qualunque parte si voglia leggerlo e in 10 punti cercheremo di dimostrare perché.

1 TRA FINZIONE E REALTÀ The BeatlesNormalmente i film con idoli musicali, adorabili o meno (i film), non sono per così dire, “cinematograficamente memorabili”, vuoi perché concepiti come contenitori per brani o perché comunque meri meccanismi per la promozione di divi spesso non molto portati all’arte della recitazione. Help! (d’ora in poi lo chiameremo così), non appartiene alle due categorie. Piuttosto è uno stranissimo, pressoché unico, ibrido di opera sperimentale di finzione, con, su e intorno a un gruppo che aveva superato ogni limite e paragone in termini di fama, incassi, glamour. Qui i Beatles vengono utilizzati come se stessi, stressati e vittime del loro stesso successo e in balia – quasi passiva aggiungeremmo – di una trama volutamente leggera e ironica sino all’astrazione. Li paragonarono ai fratelli Marx in questa loro performance (in effetti Zuppa d’anatra fu un loro riferimento costante), ma a parte Ringo Starr (il più cinematograficamente comunicativo e infatti protagonista, anche se Lester sosteneva che il più dotato in questo senso fosse George Harrison) qui sono soprattutto vip in fuga, martoriati in un incubo pop più grande di loro.

2 HELP!, LA PERFEZIONE DEL TITOLO Help!In effetti il film avrebbe dovuto chiamarsi – dopo un burocratico titolo di copertura di Beatles 2 – Eight Arms to Hold You, ma al brillantissimo e geniale regista Richard Lester, un americano che più di ogni altro aveva saputo cogliere e interpretare lo spirito beat della Swingin’ London, in pubblicità come nei documentari, nei film con i Beatles come in deliziose opere di fiction (Non tutti ce l’hanno, realizzato tra Tutti per uno e Help!, si guadagnò con indiscusso merito la Palma d’oro a Cannes) non piaceva. Aveva colto la crisi negli occhi dei quattro e impose loro il titolo di Aiuto!. Perfetto per due motivi. Il primo perché effettivamente mai come in quel momento, John, Paul, George e Ringo, avevano davvero bisogno di aiuto. Travolti dal mito di loro stessi, vivevano in una prigione le cui sbarre erano costituite dai fan, dalla fama, dai media, dagli affaristi, dagli obblighi contrattuali a cui dovevano obbedire a ritmo di schiavitù. Ogni loro disco era un hit mondiale, ogni apparizione un’apoteosi snervante e rischiosa, in una vita sempre sotto i riflettori. Si accampavano prigionieri di se stessi in magnifiche suite, spendendo e spandendo e come unico sostegno la droga. Rammentarono John e Paul: «Allora fumavamo la marijuana per colazione. Nessuno riusciva a parlarci. Quattro paia di occhi imbambolati che ridacchiavano di continuo. Penso che fosse uno dei motivi per cui non sapevamo mai la parte. Così ci presentavamo un po’ fatti e speravamo di cavarcela sorridendo». Help! Fu così girato da loro in condizioni diciamo così sempre sovraeccitate e professionalmente poco responsabili; Lester dovette adattarsi e farne al contrario uno stimolo per escogitare qualcosa d’altro. Il secondo motivo è che così impose a John il dover comporre una canzone sul tema per il titolo. Ne sortì un capolavoro assoluto, Help! appunto, la prima canzone dei Fab Four che si allontanava dallo stucchevole tema amore-cuore-dolore per parlare d’altro. Nacque così un grido autentico di disperazione, con dei testi per la prima volta finalmente maturi (evidentemente il vento di Bob Dylan non era volato via invano!).

3 UNA STORIA QUASI IMPROVVISATA Help! Come nasce una trama, come si sviluppa in sceneggiatura? A volte per i motivi più casuali e bizzarri. All’inizio il soggetto di Marc Behm e Charles Wood prevedeva ben altro. L’idea di partenza – ricorda Lester – era che Ringo si lamentasse in un bar della sua vita stressata e stressante e che un assassino professionista accettasse dietro compenso di dargli finalmente la tranquillità richiesta. Senonché dopo la notte, al risveglio a casa, il tenero batterista si accorge del folle contratto stipulato e, aiutato dai tre pard, avrebbe dovuto fuggire per il mondo inseguito dallo scrupoloso sicario. Fortunatamente (o purtroppo) stavano già girando un film praticamente con lo stesso spunto di partenza, L’uomo di Rio, con Belmondo e Lester dovette al penultimo momento buttare tutto a mare e ricominciare da capo. Già ma con cosa? Decise con un colpo di follia, di rischiare tutto il budget (1 milione e mezzo di dollari la stima) su una storia quasi improvvisata, praticamente costruita sul set. Fu una genialata, perché, ammettiamolo, la storia dell’anello regalato a Ringo ritenuto sacro dalla setta degli adoratori assassini della dea Kalì guidati da Clang (Leo Mckern) ma anche considerato portentoso da parte di due scienziati pazzi (Victor Spinetti e Roy Kinnear) ha la consistenza della bolla di sapone, anche con la presenza della bella assistente indiana doppiogiochista Ahme (Eleanor Bron allora praticamente debuttante, tra l’altro Paul dichiarò di aver preso proprio il suo nome a pretesto per la creazione di Eleanor Rigby ). È il classico pretesto per fare una parodia di Bond, per cambiare set girando per il mondo, per fare dei 4 dei disorientati burattini senza chieder loro molto di più se non dinamicità, presenza e canzoni. Come è cambiato il clima, in un solo anno, dal documentarismo in bianco e nero tutto humour, quasi cinema verità e non sense di Tutti per uno!

4 LA SPERIMENTAZIONE DEL GENIALE LESTER Help! Come definire lo stile di Help!? La definizione che più gli si adatta è “fumetto pop”. Richard Lester forte della sua più totale libertà e autonomia artistica decide di sperimentare e utilizzare letteralmente tutto. Ralenti, accelerazioni, ripetizioni, montaggi vertiginosi (anzi, si dice che esistano numerose scene girate, tagliate e mai montate), scritte, didascalie, personaggi che si rivolgono direttamente agli spettatori, indicazioni grafiche e magari inquadrature apparentemente pericolose, come la scena in cui in una cantina Ringo sta senza protezioni letteralmente a pochi passi da una tigre (in realtà ci sono invisibili vetrate a separarli!). È tutto un dentro e fuori dalla finzione alla sua demistificazione, con naturalmente le canzoni usate per interrompere magari la vicenda e salvarla da ogni riflessione sul merito. È l’anarchia (moderatamente) irrispettosa e molto british che ritroveremo appena più in là nel tempo, nei Monthy Python (ad esempio). Tanto per dire, alla fine il film si chiude con una didascalia: «Questo film è rispettosamente dedicato a Mr. Elias Howe che nel 1846 inventò la macchina da cucire»!

5 IL QUINTO PROTAGONISTA: IL COLORE Help! Ma c’è almeno un altro e forse più autentico e imprevedibile protagonista in Help! Ed è il colore, in particolare il rosso (il “sangue” del sacrificio! L’anello conteso!). Tanto nel precedente spiccava il bianco e nero del free cinema, qui Lester e il direttore della fotografia David Watkin (alla sua prima esperienza con una pellicola a colori! Nel 1985 vinse l’Oscar per Out of Africa) usarono le tinte e le variazioni cromatiche in tutte le possibilità più espressive e irrealistiche. Anzi all’inizio, come un cambio di testimone, si passa dal bianco e nero di una clip musicale alla colorazione attraverso un fumettistico tiro al bersaglio. Del resto il film di Lester era in ottima compagnia artistica per quel che riguarda l’uso espressivo del colore con funzioni antinaturalistiche, se pensiamo negli stessi anni a Il bandito delle undici di Godard (1965), Deserto rosso (1964) di Antonioni seguito poi da Blow Up (1966).

6 LE LOCATION: DALLE BAHAMAS ALL’AUSTRIA Help! Il film è un piccolo tour de force, parlando di location. Tanto Tutti per uno era totalmente inglese, quanto Help!, un po’ nella parodia dei jet-set movie, si lancia internazionalmente, nelle sue 11 settimane di lavorazione. Si parte il 23 febbraio 1965 alle Bahamas (sino al 9 marzo), poi – tra l’altro entrambi i posti per espresso desiderio di Paul McCartney – a Obertauren in Austria (dove viene girato il memorabile pezzo di Ticket to Ride sulla neve; da notare che: primo non era previsto che fosse proprio quello il pezzo – tanto è vero che loro fanno gli stupidi tra mille gag mentre la canzone scorre “sopra” come accompagnamento – secondo che i quattro di Liverpool non sapevano proprio sciare quindi i ruzzoloni sono autentici come in una candid camera), quindi negli studi di Twickenham a Londra, a Salisbury e ancora a Londra.  

7 LA MUSICA Help! Stiamo parlando dei Beatles. Non vogliamo accennare alle canzoni? Ecco la colonna sonora: Ovviamente Help!, e poi You’re Going to Lose That Girl, You’ve Got to Hide Your Love Away, Ticket to Ride, I Need You, The Night Before, Another Girl, She’s a Woman, A Hard Day’s Night, I’m Happy Just to Dance With You, You Can’t Do That. Completano il non Beatlesiano Tema di James Bond, il preludio all’atto III del Lohengrin di Wagner, L’ouverture del Barbiere di Siviglia di Rossini, la Sinfonia n. 9 di Beethoven.

8 LA FRASE DI LANCIO Curiosità cinefila: una delle frasi di lancio di Help! diceva: «Per favore non rivelate l’inizio di questo film ai vostri amici (a ogni modo, loro non vi crederebbero)». Era una parodia del lancio di Psycho di Hitchcock che invece si raccomandava: «Per favore non rivelate la fine di questo film ai vostri amici (è la sola cosa che vi chiediamo)».

9 UNA FREDDA ACCOGLIENZA Ovviamente Help! fu un successo, soprattutto ampliato nel tempo, ripagando ampiamente il budget. Ma all’entusiasmo iniziale della critica londinese alla première, con paragoni assai lusinghieri con i fratelli Marx (come avevamo sopra anticipato), mentre per Ringo si parlò di “recitazione alla Chaplin”, subentrò nel tempo una certa tiepidità. Non ebbe praticamente alcun premio, solo nominations ai Bafta per la fotografia e gli originalissimi costumi di Julie Harris. Soprattutto non piacque agli stessi Beatles che dichiararono poi di essersi sentiti come «degli accessori extra nel loro proprio film!». In Italia invece la critica si mostrò subito titubante – con qualche eccezione – se non decisamente avversa (d’altra parte, pop e arte cinematografica – nonostante l’esempio delle contemporanee correnti pittoriche – erano ritenuti allora termini difficilmente mescolabili).

10 COSA CI LASCIA HELP!? Help! Rivedendolo oggi, cosa si avverte e cosa rimane di Help!? Resta certamente la grande perizia e leggerezza di tocco di Richard “Dick” Lester, totalmente impegnato a fare con le strategie narrative e la tecnica quasi un non film, per questo affascinante, bizzarro, persino sfuggente, e ancora oggi assai significativo dei tempi liberal in cui è stato realizzato. Dai Beatles invece, musica e mitologia a parte, ci giunge invece una strana sensazione di spiazzamento e persino malinconia, soprattutto pensando alla loro età all’epoca (stavano quasi tutti a metà tra i 20 e i 30 anni). Avevano tutto tranne l’essenziale, difficile non rimanere impaniati in nevrosi e infelicità diffusa. Per uscirne dovranno compiere scelte clamorose (la psichedelia, le filosofie orientali, la separazione). È difficile allora non essere d’accordo con il critico Alfred R. Sugg quando scrive (in Free Cinema e dintorni, a cura di Emanuela Martini, EDT): «I Beatles sembrano sempre insieme, eppure tremendamente soli quando sono insieme». (altri libri consultati: Storia del cinema inglese, di Emanuela Martini, Marsilio; Il cinema dei Beatles, di Arcagni, Gep Cucco, Michelone, Edizioni Falsopiano; A Day in the Life, di Mark Hertsgaard, Baldini & Castoldi)

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